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Quando i preti tradiscono

29 Marzo 2025/0 Commenti/in Articoli/da santommasodaquino

Siamo tutti dei Giuda, ma l’inferno è il nostro destino solo se scegliamo di restare chiusi in noi stessi o se affondiamo da soli senza qualcuno che ci tenda la mano

Siamo tutti dei Giuda. Anche i più buoni tradiscono e non perché si innamorino di una donna: questa, se mai, viene dopo, a crisi già radicata. E si tradisce in modi diversi.

Alla fine del 1600 il prete Jean Meslier, ad esempio, solo nel testamento rivelò ai suoi parrocchiani di esser vissuto da ateo: non tradisce solo chi lascia il suo ministero. Il Signore forse permette che accada perché non è possibile esser santi senza essere umili, e sono pochi quelli che diventano umili senza cadere almeno una volta in peccato. Quando poi peccano, l’umiliazione dei preti è davvero profonda e può sfociare in una disperata pigrizia; questa Dio non la vuole, è frutto solo della nostra superbia.

Viviamo un’epoca triste, in cui siamo trasportati dalla corrente rassegnati e indolenti; è questo il mondo di cui siamo figli, se non vogliamo essere tra i figli di Dio. E fuggiamo come nemico chi ci vuole aiutare, perché per noi è meglio affondare che chiedere aiuto. È l’orgoglio a rovinarci la vita.

Tradiamo per sentirci al sicuro, integrati. La solitudine di cui si lamentano i preti non nasce dall’essere soli la sera nella propria stanzetta: è un vuoto rabbioso che provano quando svendono la verità di Dio per l’approvazione del mondo; alcuni arrivano a pensare al suicidio, i più invece spengono il cuore e vivono freddi con poche superficiali emozioni. Si sa, il più lodato dal popolo è sempre il prete di manica larga e per questo chi è alla ricerca di generale consenso comincia a scusare tutti per non condannare sé stesso, e ricevere anche gli applausi. Se la coscienza dovesse farsi sentire, la si soffoca di cose belle e superflue, e così pian pianino cresce il bisogno di soldi. Chi tradisce vuol diventare ricco e famoso.

Si tradisce ancor meglio per “santa obbedienza”, soprattutto se ha ben poco di santo ed è servilismo verso il potente di turno. Si tradiscono i santi di cui si diceva esser figli pur di compiacere i nuovi padroni, ed è il tradimento che porta più frutto. Dio stesso si lascia tradire e permette il rifiuto del suo amore di Padre da parte di chi preferisce dannarsi piuttosto che dirsi suo figlio. La permissione di Dio è l’alibi a cui molti ricorrono ora, ma sarà l’aggravante sulla loro condanna in futuro.

La crisi si radica atteggiandosi a vittime; d’altronde, si trova sempre un amico che ti dia ragione e ti lasci affondare nella menzogna. Solo Dio può risvegliare quest’anima gelida con il calore bruciante di un inaspettato perdono. Nel frattempo, per sentire un po’ di calore, l’anima si appoggia a una donna.

Nel migliore dei casi si tratta di un’amicizia affettuosa, ma il cuore è ormai svincolato da Dio. Può accadere però anche di peggio. Cominciano subito i sotterfugi e si sfuggono gli sguardi dei buoni; d’altronde, ora attiri persone confuse o bisognose d’affetto e qualcuno ti guarda come fossi un nuovo Messia. L’orgoglio ti gonfia e questo ti basta. Ogni amico che ha lasciato il sacerdozio l’ho visto imboccare lo stesso percorso; ho visto precipitare allegro nell’abisso colui che ritenevo ormai santo. Alla fine diventano tutti carnefici delle donne che hanno detto di amare, trascinandole con sé nell’eterno gelo infernale, dove non si è amati e non si può più amare.

La lussuria c’è sempre, è ciò che ti lega e non permette la fuga; non cogli il perché della sua costante presenza se non hai ben presente chi sia il sacerdote. La rinuncia all’esercizio della sessualità è l’offerta che egli fa del suo corpo, perché Dio attraverso di esso possa parlare, soffrire e salvare ogni uomo. I demoni odiano in modo feroce il corpo del Dio fatto uomo da cui venne la loro sconfitta e bestemmiano la sua Incarnazione degradando il corpo di ogni persona che si lasci ingannare. Non possono vincere finché restiamo con Cristo; quando un prete però svincola il cuore da Dio, rimane senza alcuna corazza e legioni di demoni fanno a gara per prendere il controllo della sua volontà e condurre quel corpo attraverso cui Dio donava salvezza verso i peccati più degradanti. È il boccone più prelibato per loro: se non lo teniamo presente, non ci spieghiamo la bassezza a cui giungono i preti quando tradiscono.

I superiori, fidando nella retta coscienza di ognuno, spesso pensano che si tratti di una difficoltà nella psiche: ci si affida per questo a psicologi esperti già in seminario. A volte è così e funziona. Quando però è lo spirito a esser malato, la cura è inutile e per questo crudele. Si eran persi per aver distolto il loro sguardo da Cristo e averlo fissato sui desideri del proprio io peccatore, e ora quei preti sono invitati a guardare ancora più a fondo, nel proprio io ora anche ferito. A chi volava con le aquile in cielo gli si affianca una talpa perché da essa impari a scavare il terreno. Il fallimento è l’ultimo alibi, la scusa per essere liberi di vivere, finalmente, senza rimorsi. «Ho provato a uscirne», possono dirsi sereni. È così che chi è infermo si ammala e chi è già malato presto muore. 

Per risorgere, invece, «avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Ebrei 12). Ecco a cosa ci invita la parola di Dio, ecco la cura di chi è nel peccato: guardare Gesù nostra via, verità e vita, il nostro amore. Se al peccatore manca ancora la forza per la conversione, è necessario che si preghi al suo posto, fintanto che non ci riesca da solo: siamo un unico corpo attraverso Gesù e possiamo sopperire a ciò che manca a chi è in quel momento più debole. È tuttavia solo guardando Cristo che un prete può tornare ad amarlo, ed è solo guardando Cristo che chi prega per i peccatori può trovare la forza di condividere un po’ della croce che Gesù ha portato per loro. Dio non abita luoghi terreni dove andare a cercarlo; Dio abita il tempo che noi gli doniamo e aspetta paziente che noi, con rinnovato coraggio, gli parliamo di nuovo come agli inizi, quando non ci stancavano le lunghe ore passate in fervente preghiera.

È necessaria in più la comunione tra noi. Se Giuda non fosse stato da solo dopo che aveva tradito, se fosse tornato dagli altri o se i suoi amici fossero andati a cercarlo, forse oggi avremmo la sua statua in tutte le nostre parrocchie. Non possiamo lasciarlo da solo, per quanto grave sia il suo tradimento. Grazie a Dio, quelli che davvero tradiscono non sono poi tanti, sebbene facciano chiasso a tal punto da passare per la maggioranza. Tutti prima o poi assaporiamo con la fantasia il brivido di una vita diversa, ma, verificato l’orrore che ancora ne abbiamo, con un sempre più umile atto di amore rinnoviamo ogni volta la nostra consacrazione e chiediamo perdono.

Se doveste incontrare un Giuda, non consolatelo così che si affezioni e vi segua, ma parlategli invece di Dio e di quanto sia amato da lui, perché abbia nostalgia del rapporto d’amore di un tempo. È degno di stima comunque, perché scelto da Dio. Non vantiamoci di essere santi, perché, se non cadiamo, è forse il Signore a impedirlo perché non sapremmo tornare da lui. Siamo tutti dei Giuda, in realtà, ma l’inferno è il nostro destino solo se scegliamo di restare chiusi in noi stessi o se affondiamo da soli senza qualcuno che ci tenda la mano. 

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 8 Febbraio 2025

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