La povertà senza colpevoli

«Quando do da mangiare a un povero mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora mi chiamano comunista», è una frase di dom Hélder Câmara

Dom Hélder Câmara

«I poveri li avrete sempre con voi» dice Gesù nel vangelo di Marco. Come mai? Non ci sono risorse sufficienti sulla terra? «Quando do da mangiare a un povero mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora mi chiamano comunista», è una frase di dom Hélder Câmara, arcivescovo brasiliano del secolo scorso.

Produciamo alimenti per dodici miliardi di persone, anche se siamo solo sei miliardi e… due miliardi di persone non hanno abbastanza da mangiare, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’ottantasei per cento di ciò che si produce lo consuma il venti per cento della popolazione, che spende cinquanta miliardi di dollari annui in sigarette, quando basterebbero solo sei miliardi di dollari per garantire l’istruzione al mondo intero. Le nostre azioni hanno un impatto enorme, ma i numerosi filtri che si frappongono tra noi e i poveri – lo stato, il mercato, le organizzazioni internazionali – ci spingono a pensare che non vi sia un vero responsabile. Il mondo è fatto così e l’indifferenza diventa rassegnazione. È facile giustificarsi: non dipendono da noi la distribuzione delle risorse e il funzionamento del mercato. L’accettazione del male blocca il bene che potrei fare, perché pensiamo che tanto non cambierebbe nulla.

Abbiamo costruito insieme reti per poter collaborare, ma anche delle gabbie in cui è diventato inevitabile fare del male. Ci siamo assuefatti. Nessuno si scandalizza che sia possibile guadagnare denaro senza produrre dei beni, dei servizi, ma solo scommettendo sull’andamento dei prezzi. Nessuno pensa che sia aberrante, ingiusto e perverso un sistema in cui si possa scommettere sui prezzi dei prodotti e delle valute e in cui, a pagare per il gioco d’azzardo di una élite improduttiva e senza scrupoli, siano i più poveri e fragili.

Eppure un esempio l’avemmo il 16 settembre del 1992, quando George Soros scommise contro la sterlina inglese e la lira italiana, creando una svalutazione formidabile, e il governo italiano fu costretto a varare una delle manovre finanziarie più pesanti della sua storia. Nessun rimorso da parte dello speculatore, nessuna critica da parte delle forze politiche, nessuno che abbia pensato a mettere al bando gli strumenti speculativi, e per colmo di masochismo o incoscienza, proprio per questo suo attacco all’Italia, l’Università di Bologna conferì a Soros la laurea ad honorem. Nel 1999 l’economista premio Nobel Paul Krugman definì così l’effetto Soros: «Nessuno che abbia letto una rivista d’affari negli ultimi anni può ignorare che in questi giorni ci sono davvero investitori che non solo spostano denaro in previsione di una crisi monetaria, ma effettivamente fanno del loro meglio per innescare tale crisi per divertimento e profitto. Questi nuovi attori sulla scena non hanno ancora un nome standard; il termine che propongo è Soroi».

Quel capitalismo che viviamo nella nostra vita ce lo portiamo dentro come qualcosa di inevitabile. Papa Francesco ha fatto proposte concrete di chiusura dei paradisi fiscali e blocco dei contratti – stipulati spesso da governi corrotti – per il controllo della terra agricola a favore delle grandi multinazionali, che hanno costretto all’esodo verso le città migliaia di braccianti ridotti alla fame. Grandi aziende italiane, ad esempio, hanno stipulato contratti per il controllo della terra in Romania, Etiopia, Kenya, Tanzania, Mozambico, Madagascar, Gabon, Nigeria, Benin, Ghana, Liberia e Senegal. Zygmunt Bauman ha dichiarato in modo chiaro: «La sola personalità contemporanea che porta avanti queste questioni con realismo e che le fa arrivare ad ogni persona, è papa Francesco. Nel suo discorso all’Europa parla di dialogo per ricostruire la tessitura della società, dell’equa distribuzione dei frutti della terra e del lavoro che non rappresentano una pura carità, ma un obbligo morale. Passare dall’economia liquida ad una posizione che permetta l’accesso alla terra col lavoro» (Avvenire, 20 settembre 2016). Stiamo parlando di semplice giustizia, non di carità. Distribuire i beni in modo che ciascuno abbia quanto necessario a una vita dignitosa è giustizia. Quando diamo del nostro superfluo a una persona che non ha il necessario, stiamo facendo equità. 

La società laica però non conosce carità o commozione, è anaffettiva, solidale solo lo stretto necessario a garantire la pace sociale, e quelli che in politica si dicono cattolici rinnegano fede e carità per una fantomatica laicità dello stato. Si ricordano sempre di dare a Cesare ciò che è di Cesare, e così consegnano a Cesare, ovvero al potente di turno, anche gli esseri umani. In realtà, si pensa che vi sia libertà di pensiero solo escludendo Dio dal cuore e dalla mente, e così al credente viene anche concesso di partecipare, come tutti, al dibattito pubblico, ma a patto – solo per lui tra tutti – di rinunciare alla propria fede. La libertà è diventata l’arbitrio del proprio giudizio, basato sul soddisfacimento dei propri personali bisogni e desideri. Il credente, in questo senso, non è davvero persona libera, perché pensa di dover rendere conto delle proprie scelte a Dio, che è padre di tutti gli uomini. Non siamo liberi, se con questo si intende l’essere autosufficienti: siamo affidati gli uni agli altri, inevitabilmente. Dire questo oggi però attira ironia e disprezzo.

Il secolarismo imperante pensa che ognuno debba considerare solo sé stesso e che la morale sia a servizio della propria presunta autosufficienza. I filosofi più ascoltati (oggi sono Nozick, Rawls, Gauthier, Elster) questa autosufficienza l’hanno posta alla base di ogni loro riflessione politica e sociale. È una società, quella per cui si prodigano, in cui la solidarietà nasce tra soggetti che sono estranei tra loro e che estranei vogliono restare. Rifiutano l’idea di una responsabilità verso l’altro, convinti di una solitudine originaria per la quale ciascuno è padrone esclusivo di sé stesso. Quello che hanno costruito è un incubo. La globalizzazione era il loro sogno, doveva essere luogo di incontro di tutte le culture ed è ora luogo d’incomunicabilità e permanente conflitto; doveva essere la via per una comunione pacifica, senza un Dio a dividere l’umanità, e ne sono venuti scontri, aumento del divario tra ricchi e poveri, maggiore razzismo e xenofobia, crescita dell’emarginazione: come ha potuto non funzionare? La risposta è sin troppo semplice: si poteva mai credere che esistesse un egoismo disinteressato? che le nazioni più potenti non avrebbero approfittato delle più deboli, che le grandi imprese non avrebbero manipolato il mercato a loro vantaggio? che chi ha un minimo di potere non lo esercitasse a proprio vantaggio, dopo che era stato a tutti insegnato che ciò che conta è solo provvedere a sé stessi?

Dio ha destinato a tutti gli esseri umani i beni della terra, così che il diritto di proprietà non possa prevalere sulla dignità altrui; se tolgo Dio da questo discorso però, è impossibile lasciare quel “tutti”, evitando sopraffazione ed emarginazione. Se cancelliamo il Dio che a tutti dona, resta l’io che prende solo per sé. La cultura laica, senza Dio e senza una comunità di affetti, è ora capace di assistere a immani tragedie in perfetta tranquillità: se qualcuno vince, qualcun altro deve perdere; è inevitabile, sono le regole del gioco. Pensiamo davvero che Dio non ci chiederà conto dei bambini morti di malaria che potrebbero essere curati con molto meno di quello che spendiamo in diete e palestre? 

Giovanni Paolo II chiama tutto questo peccato; la teoria politica lo chiama interesse individuale. L’indifferenza, la pigrizia, il rifiuto di ascoltare sono peccato. Il comunismo ha fallito. Il capitalismo vissuto nel laicismo ha distrutto il mondo in cui viviamo. Non è forse tempo di una riflessione profonda, sincera, sull’epoca che stiamo vivendo? Un cambio d’epoca è in atto e c’è bisogno di un uomo nuovo che ne sia protagonista. La fede in Dio, nel Dio che si è fatto uomo per amore, non indica i governi e i partiti da appoggiare, ma apre i nostri occhi e il nostro cuore perché la libertà non sia solitudine; mette in discussione il nostro modo di vivere, ci interroga sulle colpe nascoste dietro le strutture in cui viviamo sereni e di cui accettiamo la logica per trarne tutti i vantaggi. Non vediamo che il carnefice di oggi potrà essere la vittima di domani. Sono queste strutture che ci accecano e ci illudono giorno per giorno, telegiornale dopo telegiornale, che nel mondo vi siano vittime senza carnefici.

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 19 Gennaio 2024

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