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Il Parkinson ha preso il potere…

29 Marzo 2025/0 Commenti/in Articoli/da santommasodaquino

Il desiderio di avere dei compagni di viaggio per confortarci a vicenda durante il cammino

Mi ha messo da parte. Il Parkinson ha preso il potere sul mio corpo e sul cervello. Ci sono ore in cui sono spodestato, scacciato dalla sala di comando, isolato nei pensieri. Vorrei star fermo, ma devo muovermi; vorrei passeggiare, ma sono costretto a fermarmi; vorrei esprimere un concetto, ma mi sfugge la parola; alcuni incroci di consonanti si fanno inestricabili e inserisco una pausa per disgiungere i dittonghi.

La mente s’intorpidisce e comincio a sonnecchiare, ma se cedo mi deprimo. Mi fanno male braccio, spalla e gamba in qualche fase, mi si irrigidiscono le cosce al pomeriggio e alzarmi dal letto la mattina è laborioso col mal di schiena che mi pugnala.

Se mi scappa la pipì quando sono lontano da un bagno, la situazione può diventare imbarazzante o comica. La stitichezza poi ha preso il vizio di guarire d’improvviso quando sono in giro per Roma.

Quanto nervosismo io possa accumulare quando vibra la gamba o il braccio o la mano non tutti lo capiscono: vorrei bloccare i muscoli, ma le posizioni necessarie mi procurano stiramenti e nuovi dolori. Se metto il piede in tensione basterà poco perché la caviglia mi segnali il suo disappunto. A volte mi viene da piangere, ma non è un sollievo quanto la compagnia allegra dei bambini e degli amici, e per questo mi si vede precipitarmi per le scale verso l’oratorio.

L’altra notte ho spalancato gli occhi alle 4.00 – anche il sonno è frammentato – e mi ha aggredito il pensiero: «perché questo? per quanto ancora?». Subito una spada mi ha trafitto fino a una profondità che non sapevo di avere: non so se il dolore espanda l’anima o si limiti a spalancare le porte segrete che da sempre porto in me. La mente sta lì inerte mentre la spada penetra indifferente al mio dolore. Se non ci fosse la fede in Dio, se non costringessi la mente a qualche preghiera, mi prenderebbe la desolazione più arida, resterebbe solo il grido inarticolato di chi si sente abbandonato da Dio e dagli uomini. 

Ho costretto il pensiero: “non l’origine, non il futuro, ma lo scopo, pensa allo scopo, a cosa possa servire“. Sono persona colta, e Frankl ha scritto che si sopravvive a tutto – lui è sopravvissuto a un lager nazista – se hai uno scopo, se un futuro ti aspetta. Sono persona colta e so anche che tra chi ha sopportato dolori per tutta la vita – e non voleva che cessassero, per la profondità di pensiero che ne otteneva – c’è stato anche Nietzsche, e io non voglio essergli pari.

Non mi preoccupano quei suoi lunghi ultimi undici anni passati catatonico in carrozzina, ma la filosofia, l’intelligenza luciferina, la sua superba megalomania. Ci si può difendere dal dolore gonfiandosi, lo si può oltrepassare fingendosi al di sopra di esso: è questo che temo.

Io d’altronde non sono uno che frequenti Wagner o possa ispirare uno come Thomas Mann; sono un tipo da schitarrata con gli amici e, al massimo, posso ispirare qualche barzelletta. Non mi appartiene la serietà della sofferenza: è un canovaccio che Dio mi ha dato e in cui ancora non mi riconosco. Eppure da un po’ comincia a mostrarsi come un filo a legare tanti episodi della mia vita.

In un anno del liceo, chiuso un mese in casa con febbricola persistente a sentire musica e leggere, mi imbatto in biografie e autobiografie di santi “vittime d’amore“. Rimangono nella mente e nel cuore. E affronto per la prima volta Padre Pio senza ancora inquadrarlo. Molti anni dopo mi mostrano un album di foto di Santa Teresa di Lisieux. Me ne innamoro.

Non fraintendetemi, non in senso erotico. Mi colpisce tanto, proprio il viso però. Solo dopo ne leggerò l’autobiografia. E infine riscopro Padre Pio quasi vivo vicino a me. Alla fine arriverà come sbocco naturale – anche se non me ne rendo subito conto – l’incontro con don Pierino Galeone e con la sua spiritualità.

Quasi due anni fa chiesi a don Pierino cosa potessi fare di buono per la nostra famiglia spirituale e rispose di scrivere chi siamo. Così mi misi all’opera, e da allora ho letto tanti libri e riflettuto, riletto, accumulato riviste e libri, finché ci sono arrivato, finalmente: Margherita Maria Alacoque, i bambini di Fatima, S. Teresa, Padre Pio sono tutti “olocausti d’amore”, ed è don Pierino che mi ha fatto bere a questo canale d’acqua rossa che attraversa la Chiesa. È difficile per me parlarne. 

Ho visto ogni cosa in questo mondo intrisa di dolore. Noi possiamo sceglierne a volte la varietà, la gamma di cui fare esperienza, ma non possiamo sfuggirne. Su ogni nostro dolore, su ogni carne che soffre, su ogni anima agonizzante Dio ha sparso come sale il sangue di Cristo. Lì dove ci sono ferite aperte, lì entra il suo sangue, la vita di colui che, pur essendo Dio, ha vissuto ogni nostro dolore.

È ciò che in qualche modo ho vissuto, ma non so dire di più. Ho visto il mio posto all’inferno, sentito il bruciore della purificazione nell’anima, provato l’umiltà che ti unisce a Dio. Di sicuro il nostro dolore è ora condiviso, capito e accolto da un Dio che ci ha amati quando era più nel dolore. Di sicuro il dolore ci inumidisce il cuore, perché possa intenerirsi e ricominciare a battere.

Noi non siamo Dio, di natura siamo soggetti a evoluzione come gli altri animali e passiamo da imperfezione in imperfezione. La malattia, la disfunzione, l’errore di trasmissione dei geni fanno parte del gioco. Eppure ci comportiamo come fossimo immortali e sfioriamo il ridicolo con le nostre pretese; così la vita diventa per noi «una favola narrata da uno sciocco, piena di strepito e di furore, ma senza significato alcuno», come scritto da Shakespeare. Abbiamo l’inferno nel cuore ed è ciò che rischiamo di vivere per sempre, in un dolore insensato e infinito.

La malattia è spesso per noi la prima doccia di verità, che toglie ogni fantasia e ci apre alla relazione con gli altri, per sentirci accolti, capiti, aiutati. Viviamo in comunione di peccato e dolore: se ne condividiamo tra di noi la pena, vinciamo almeno la nostra solitudine; se ci uniamo al dolore di Gesù, possiamo addirittura sperare in un tempo di libertà e di gioia insieme con Dio.

Ogni giorno come sacerdote dico sull’altare a Dio Padre di perdonarci per l’amore che Gesù ha avuto per noi; ogni giorno chiedo a Gesù che ogni dolore, ogni angoscia, ogni insonnia sollevi il peso delle colpe di tutti. A nome di tutti i peccatori, come uno dei tanti, dico a Dio: “Tante volte mi hai perdonato, ora perdonaci tutti con quella stessa misericordia che ha visto la paura che ho del dolore. Quel che io ho capito attraverso il dolore, donalo anche ai più fragili che non sanno soffrire; quel che mi hai perdonato attraverso l’angoscia, perdonalo a tutti, ma alternando l’angoscia con un anticipo di quella gioia che avranno“.

Penso sia questa quell’acqua rossa che scorre nascosta nella storia della Chiesa: Gesù ci ha affidato il potere, unendoci a lui, di trasformare il nostro dolore in amore e il nostro amore in perdono per tutti da parte d Dio e il perdono di tutti, alla fine, sarà gioia piena per tutti. Dio soffre se gli impediamo di donarsi; soffre se non è amato; soffre quando noi soffriamo. La sua gioia è il perdono; ancor più, la sua gioia è condividere con i più coraggiosi il suo stesso dolore d’amare. 

Sono cose che il mondo non vuole ascoltare. Anestetizzati da influencer e facilitatori, l’unica risorsa di molti è aumentare le gocce dei farmaci.

Non sanno che senza il dolore non si può dire di amare? Non sanno che senza fatica non si può generare? Io ora so anche che chi soffre con Dio, con Dio gioirà: è questo l’indirizzo del paradiso e io sto ancora preparando i bagagli per poterci arrivare. E come vorrei avere dei compagni di viaggio per confortarci a vicenda durante il cammino!

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 7 Gennaio 2025

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