Gli sgomberi e il gioco dell’oca

È faticoso incastrare le esigenze di tanti, ma è l’unico modo che abbiamo perché i poveri e i fragili smettano di essere un problema

Avete mai provato a giocare al “gioco dell’oca” con degli esseri umani? Io ho visto gli “scacchi viventi”, ma le istituzioni romane giocano ad altro.

Si comincia con un gruppo eterogeneo di persone: famiglie sfrattate, migranti, persone con problemi psichici o di dipendenza: persone fragili, a volte invisibili, considerate ingombranti. Le si lascia occupare uno stabile inutilizzato, fatiscente, dove loro si adattano e trovano – a loro modo – un certo equilibrio.

Ed ecco che il gioco parte: si emette un decreto, si fa un sopralluogo, ci si organizza per una grossa operazione di Pubblica Sicurezza, perché il “pubblico” si senta sicuro. E così si è sicuri di subire uno sgombero. Dovrebbe essere un’azione dai tratti amichevoli, in fondo si tratta di famiglie, di giovani con problemi fisici a volte gravi, di persone che hanno tutta la loro vita tra quelle mura – quando le mura ci sono. È un’azione di pulizia della sporcizia sociale, invece. È un atto di giustizia, lo è di certo, perché il proprietario lo ha richiesto.

Così arrivano a sirene spente e qualcuno viene mandato nella casella ponte (ovvero, si getta in strada e scappa, senza meta); qualche fortunato – e con qualche esperienza – si rivolge a un’associazione che lo possa ospitare e rimane fermo un turno nella casella locanda, perché più di 90 giorni nessuno ti può tenere; altri vanno al pozzo a rintanarsi finché non passa la confusione, vivendo in mezzo ai cespugli; altri ancora pagano qualcuno che li aiuti – e non è brava gente – e si ritrovano, questa volta sì, fuori della legge.

Qualcuno va in prigione se è senza documento e portato ai Centri per il rimpatrio: carceri private ben poco confortevoli; altri stanno poco in caserma e così – una volta rilasciati con foglio di via, ma senza soldi e passaporto per tornare in patria – entrano definitivamente nella clandestinità. Altri conoscono per un po’ le nostre pubbliche galere, dove conoscono chi li possa aiutare una volta usciti – e purtroppo li aiutano.

Una volta scappato, o buttato in mezzo alla strada, chi è più fragile – ma chi non lo è vivendo per strada? – dovrebbe trovare una qualche accoglienza, come ha sentenziato il Consiglio di Stato il 16 marzo scorso: e una Cabina di regia esiste, con rappresentanti della Prefettura, della Regione del Comune e dell’Ater. Abbiamo un intero stuolo di registi a dirigere la tua vita e a dirti a quale casella ritorni.

Si ritorna però quasi sempre alla casella di prima, perché il palazzo da cui eri stato cacciato non ha lavori in corso, non è stato ripristinato, non è stato restituito al proprietario o alla collettività – o forse sì, ma è rimasto com’era stato lasciato. E si ritorna lì dopo aver pagato pegno (la casella 58) con il peso di rinnovate sofferenze accumulate e – ad ogni sfratto – la perdita dei propri miseri beni. Si ritorna al via.

La Magistratura, la Prefettura, la Questura, la Regione, il Comune, tutti hanno fatto il loro dovere e i cittadini sono tranquilli che la legalità abbia vinto. Eppure qualcosa non va: quelle persone che abbiamo fatto girare, quanta delusione e rabbia, quanta esclusione vivranno a ogni giro? Quanto è reale, poi, la sicurezza del cittadino, se ogni edificio sgomberato serve solo a far spazio a nuova gente ancor più disperata? Tra le tante emergenze italiane, cosa è più urgente dell’avere un tetto sulla testa e una società che ti accolga?

Trattiamo da pedine persone e famiglie fragili, come nel gioco dell’oca. Cambiassimo almeno gioco! Ve lo ricordate Tetris? Scendevano dall’alto pezzi da incastrare e, quando si incastravano bene, scomparivano. Un dialogo tra istituzioni e cittadini, un coinvolgimento delle associazioni e dei comitati, per una nuova legislazione sulla casa, per dare serenità a chi vuole affittare e accoglienza a chi non ha un posto da chiamare “casa”: è solo un sogno? Un programma personalizzato sulle persone concrete sarebbe solo scartoffia in più da riempire?

È difficile, è faticoso incastrare le esigenze di tanti. È l’unico modo che abbiamo, però, perché i poveri e i fragili smettano di essere un problema, o un gioco ripetitivo e infantile, e diventino, finalmente, persone concrete, nostri cari vicini di casa.

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma” – 8 Aprile 2022

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