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Ciò che manca all’umanità

29 Marzo 2025/0 Commenti/in Articoli/da santommasodaquino

Manca un senso a ciò che facciamo, una direzione a ciò che vogliamo, un tempo di stacco tra il produrre e il comprare

Non sono intelligente, lo dico sul serio. Ho scritto quattro volte questo breve articolo, che pur era inteso come una sorta di gioco. Non capivo perché non andasse e capirlo dopo tre tentativi falliti dimostra quanto vi ho appena comunicato. Mi basavo sulla cultura per cercare di afferrare cosa fosse l’intelligenza, senza accorgermi che essa invece appartiene a tutt’altro universo.

Piuttosto che cercare ciò che la distingua dal resto, ciò che renda appetibile averla, alcuni psicologi ne hanno inventati ben dodici tipi pur di evitare conflitti e offese, così che ciascuno se ne possa attribuire un aspetto. È il trionfo del mediocre, se non è addirittura il più stupido a vincere.

Quando poi si propone alla pubblica ammirazione chi percepisce le emozioni degli altri per manipolarle e fare carriera – è definita “intelligenza emotiva” – ecco che in me crolla qualsiasi attrattiva. D’altra parte, i pubblicitari di prodotti informatici hanno chiamato “intelligenza artificiale” un software che raccoglie ciò che letterati, musicisti e scienziati hanno fin qui pubblicato per fornirne riassunti o copiarne lo stile; è forse sottile sarcasmo chiamare intelligente un prodotto che dà supporto a chi neppure ha imparato a copiare dal vicino di banco. Dare dello stupido ai propri clienti per indurli a comprare il proprio prodotto rasenta il geniale. Non è ciò che io cerco, però.

È abitudine ormai chiamare intelligenza anche l’uso costante della propria ragione; ce l’attribuiamo come requisito di base della nostra natura – «esseri razionali» ci diciamo – e tutti apprezziamo la possibilità di pensare, calcolare, analizzare o progettare; non ci rende tuttavia più saggi o allegri, non ci fa capire la vita, le gioie e i dolori. È utile per fare la spesa e decidere quale marca comprare, non per saper scegliere quale ruolo vogliamo nel mondo.

Persone che veneravano la Dea Ragione, a pensarci un pochino, sono riusciti a instaurare un regime di Terrore di cui ancora si parla. Alla Dea, è vero, dobbiamo comodità tecnologiche che riempiono le nostre case e gli uffici, e questo stesso computer con cui scrivo, ma etologi insigni sostengono che è capacità condivisa con tanti altri animali, che realizzano utensili per semplificarsi la vita; e per quanto gli umani siano i più dotati in questa abilità tecnologica, è stupido andare in giro a vantarsene come fossimo gli unici a possedere il cervello nell’intero universo.

La confusione più diffusa e forse dannosa è quella tra intelligenza e cultura. Funziona da ammortizzatore sociale, in un certo qual senso, perché avere cultura offre, a chi intelligente lo è poco, l’opportunità di far comunque una bella figura sfoggiando come proprie le opinioni degli altri. È per questo che io passo per intelligente tra parenti e amici, d’altronde. I veri colti però non se la passano bene: ciò che conoscono sono pensieri e scoperte di sconosciuti famosi, di cui molto si rivelerà, a suo tempo, o falso o impreciso o persino ridicolo.

A chi ha speso la vita dedicandosi a questo non resta che l’amarezza di aver trascurato coniuge, figli e amici per morir come tutti, ma col cuore vuoto e la mente ripiena di ritagli di libri e giornali. È questo che temo: chi aumenta il sapere aumenta il dolore, e non solo il suo proprio. 

L’intelligenza non è cultura, né raziocino, né ingannare i propri colleghi. Non è tra colti, raziocinanti e bugiardi che vale la pena cercare chi conosca il valore delle cose che sono nel mondo. Al primo dolore, alla prima sconfitta, i colti si danno a fare i filosofi, fin quando gli analgesici aiutano, e i razionali danno la colpa a qualcuno per sfogare la rabbia. Se la sofferenza insiste, la disperazione si erge presto a regina di entrambi e tutti corrono in cerca di un qualunque percorso come topi sulla ruota nella loro gabbietta. E comunque, chi spreca il suo tempo per guadagnare la stima di persone che nemmeno conosce, in continua altalena tra superbia e rancore, di certo intelligente non è. Non è questo che cerco.

L’etimologia di intelligenza ci porta all’unione di “intra” [fra] e “legěre” [leggere], a indicare la capacità di saper scegliere tra cose diverse, saper distinguere ciò per cui vale investire la vita. Una seconda etimologia porterebbe addirittura a “intus” [dentro] + “legěre” [leggere], ovvero, saper leggere dentro le cose, saperne vedere identità e funzione. Restiamo spesso inerti fruitori del mondo, invece di cercare di contemplarne la trama nascosta con uno strumento che sappia penetrarne il mistero. 

L’intelligenza è intuizione immediata, non procede per piccoli passi tastando il terreno un poco alla cieca, com’è giusto che faccia la nostra ragione: sono diverse le loro funzioni, sono diverse le domande a cui vogliono dare risposta. Tutti ammiriamo quei bimbi che con grande impegno smontano e rimontano il giocattolo nuovo e i genitori, orgogliosi, lo raccontano a tutti; ma la gioia del bimbo dura quanto il giocattolo. Ci sono bambini che invece solamente sorridono, riconoscenti del giocattolo che è stato loro donato, e chiedono chi lo ha portato e perché, e se tornano ancora queste persone… e i genitori sbuffano stufi; ma la gioia del bimbo sarà lunga tutto il tempo in cui avrà vicino chi lo ha fatto sentire apprezzato. La ragione ricerca oggetti sempre nuovi da poter dominare, l’intelligenza ringrazia della bellezza che ha intorno e ne cerca l’autore.

Per la ragione lasciata padrona c’è una formula per ogni cosa, ogni avvenimento ha il suo percorso infallibile: non c’è libertà e, senza di essa, non esiste l’amore. Non esiste poesia, la musica è solo psicologia delle onde sonore e anche l’amore è solo un istinto, una schiavitù che subiamo per necessità della nostra specie vivente. Inutile insistere a dire che se una legge esiste, un legislatore l’ha fatta; se si può prevedere, è organizzato; se si può misurare, un artigiano ne deve almeno aver fatto il disegno: capirlo non è frutto della nostra ragione. È lampo di un’intuizione immediata da cui la ragione poi procede arrancando.

La Bibbia comincia con un inno di lode al Creatore. La letteratura in Italia comincia con un inno di un frate di un medioevo lontano che contempla il creato. Il Laudato si’ di Francesco d’Assisi scaturisce da uno sguardo limpido e acuto sul mondo, che rarissime volte incontriamo nei libri. Francesco è tornato come un’Adamo innocente a dare nome a ogni essere dopo averne contemplato la singolare bellezza. Quel piccolo inno ha illuminato la vita di tanti, ha dato gioia a milioni, comunicando un modo nuovo di stare nel mondo. Passare le notti a osservare le stelle dà solo tristezza, se queste non sono che colorati coriandoli che danno gioia un momento e finiscono poi nell’immondizia di una memoria destinata anch’essa a svanire.

Senza stupore per la bellezza del mondo ad arricchire la mente e il cuore, senza la gioia per gli improvvisi lampi di verità, nell’intuizione di ciò che ci unisce a ogni creatura, senza il gusto, ora amaro ora dolce, del fondo dell’anima, dove risiede ogni scelta che abbiamo compiuto, come vivere una vita che riempia di senso le nostre giornate?   

Al mondo non manca la capacità razionale, come ogni nuova scoperta testimonia ogni giorno; né manca cultura, a guardare i volumi di carta racchiusi nelle biblioteche delle nostre città. Manca un senso a ciò che facciamo, una direzione a ciò che vogliamo, un tempo di stacco tra il produrre e il comprare. L’umanità manca, insomma, d’intelligenza. 

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 5 Marzo 2025

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