Tor Tre Teste: bene il mercatino di beneficenza di Natale

Il ricavato è stato devoluto all’Associazione STREMAO di Prato a supporto degli alluvionati della Toscana

Anche quest’anno, come da tradizione decennale, si è svolto presso l’associazione Lepetit e la parrocchia di S. Tommaso d’Aquino, il mercatino di beneficenza di Natale.

Il ricavato è stato devoluto all’Associazione STREMAO di Prato, sempre presente sul territorio e che ha preso parte attivamente nell’assistenza e supporto delle persone nella recente alluvione che ha colpito la Toscana.

“Nel nostro piccolo, siamo felici – diccono all’Associazione – che il nostro gesto di solidarietà, sia stato di supporto al lavoro di questa Onlus.

La Redazione

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 19 Gennaio 2024

“Pace e Carità in San Tommaso D’Aquino”

Un resoconto di una conferenza-incontro sull’argomento a Tor Tre Teste il 28 gennaio

Marina Manni – 1 Febbraio 2024

In occasione dei 750 anni dalla morte di San Tommaso D’Aquino, nella Parrocchia a lui dedicata, si è tenuta il 28 gennaio 2023 una conferenza-incontro sull’argomento “Pace e Carità in San Tommaso D’Aquino”. Relatori il Parroco don Domenico Vitulli e il dott. Leonardo De Stefano.

Ricercando nella sua opera il significato che per lui aveva la Carità, ci siamo sentiti condurre amorevolmente e passo dopo passo da una relazione e amicizia personale con Gesù ad una con tutti quelli amati da Lui, quindi con tutti i fratelli di qualsiasi razza e religione. Conoscere e amare Dio, nella semplice quotidianità, è testimoniarlo nella Carità verso il prossimo, in particolare verso il “diverso”.

“Dicitur amor extasim facere”… Amare è fare ed uscire da sé stessi… In queste sue parole si intuisce in modo chiaro l’essenza della Carità di questo Santo, profondo conoscitore sapiente del Signore.

A mano a mano che i relatori esponevano la loro conferenza si andava delineando tra i presenti un San Tommaso più vicino, non il filosofo, il teologo, il Dottore della Chiesa che ha fatto penare non pochi di noi sui suoi libri, ma l’uomo che con la sua sapienza e umiltà ci aiutava a comprendere.

Quando poi si è parlato di Pace, abbiamo scoperto la modernità e l’attualità del suo pensiero in merito.

Lui ci presenta una “Pace positiva” che è l’obiettivo da raggiungere, quella cioè che si realizza se tutti ci sentiamo coinvolti perché nessuno resti indietro, quella che tralascia l’interesse particolare per il Bene Comune, tenendo conto soprattutto delle fragilità dei diseredati e degli emarginati.

Nella odierna società dove tutto è regolato dalla finanza, è “normale” condividere il pensiero che percepisce la diversità come pericolo e l’indifferenza e la non accoglienza come autodifesa. Il nostro Santo ci dice che così si vive in pace, ma immersi in una “pace negativa”. Proprio in questo clima sembrerebbe che ci siamo adagiati, forse sarebbe meglio dire: abituati a vivere chiudendo gli occhi. 

Nella nostra realtà parrocchiale un gruppo di volontari ha sentito l’esigenza di costituirsi in un’associazione, per dare una risposta operativa e concreta di testimonianza della Carità sulla via del Vangelo… chissà se in tutto ciò non c’è già l’intervento del nostro Patrono…

Al termine dell’incontro ci siamo ripromessi di promuoverne altri per conoscere meglio Tommaso e crescere come comunità grazie ai suoi insegnamenti.

Prof. Marina Manni

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 1 Febbraio 2024

2024: Anno Giubilare per la parrocchia San Tommaso d’Aquino

Riceviamo e pubblichiamo

Grande anno, a Tor Tre Teste, per la Parrocchia di S. Tommaso d’Aquino il 2024! È il 750° anniversario della morte del suo patrono e sarà quindi il suo ANNO GIUBILARE. Giubilare significa gioire, esultare; non è strano esultare per la morte del proprio patrono? Assolutamente no, perché per chi ha raggiunto le vette di santità di S. Tommaso d’Aquino la morte è la nascita al cielo, l’ingresso in Paradiso, dove è avvolto dall’amore di Dio e non conoscerà più per sempre sofferenza e morte, in una pienezza di vita e di gioia inimmaginabile.

E perché gioire noi che non lo abbiamo conosciuto? Il battesimo ci ha fatto entrare, tutti, nella “comunione dei santi”. Spiegarlo non è difficile: pensiamo – ed è così – che dentro di noi, per il battesimo, siamo uniti a Gesù Cristo, ciascuno di noi. Se ciascuno di noi è unito a Cristo, tutti attraverso Cristo siamo uniti tra noi. Le nostre preghiere, la nostra fede, la nostra carità sono quindi patrimonio di tutti; come in un conto cointestato, tutti versano e tutti prelevano secondo la loro necessità e la loro santità. Festeggiare un santo significa unirsi a lui, alla sua fede e carità, esserne partecipi per poter avanzare nella nostra spiritualità, per avvicinarci di più a Dio. Quest’anno ci uniamo a S. Tommaso per godere dei frutti della sua perfetta fede e carità. Il Giubileo ci aiuta ad essere uniti a Dio: attraverso la confessione toglie il peccato, attraverso l’indulgenza toglie anche i piccoli legami col peccato  e riempie anche i buchi più piccoli del nostro cuore per amare con più generosità, e attraverso la preghiera in comune ci unisce di più gli uni agli altri.

Chi verrà a S. Tommaso a Tor Tre Teste in qualsiasi giorno durante quest’anno potrà lucrare l’Indulgenza plenaria per sé o per un defunto. Vi aspettiamo!

PARROCCHIA S. TOMMASO D’AQUINO

Via Davide Campari 74 – Roma

tel. 062280155 parrocchia@santommasodaquino.it

Prot. N. 00044/2024-1364/23/I

DECRETO

La Penitenzieria Apostolica, per accrescere la religione dei fedeli e per la salvezza delle anime, con la potenza delle sue facoltà accordata in modo santissimo da Cristo Padre e Signore nostro Signore a Francesco per Divina Provvidenza Papa, prestando attenzione alle preghiere recentemente giunte da parte del Rev. Domenico Vitulli, parroco della parrocchia di san Tommaso d’Aquino della città di Roma, con tutto l’appoggio dell’Em.mo Cardinale Vicario Generale dell’Urbe, in occasione delle solenni celebrazioni in onore del Santo Patrono Tommaso d’Aquino che, dal 1 gennaio fino al 31 dicembre 2024 verranno effettuate, benignamente concede dai tesori celesti della Chiesa l’Indulgenza plenaria, alle consuete condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice), ai fedeli realmente pentiti e spinti a lucrare per carità, la quale Indulgenza possono applicare a modo di suffragio anche alle anime dei fedeli che sono in Purgatorio, se vadano a visitare in pellegrinaggio la chiesa parrocchiale di san Tommaso d’Aquino e lì partecipano devotamente alle celebrazioni giubilari, o almeno passano davanti al santo patrono una congrua quantità di tempo in pie meditazioni, concludendo con l’orazione domenicale, il Simbolo di fede e con le invocazioni della Beata Maria Vergine e san Tommaso d’Aquino.

Gli anziani, gli infermi e tutti coloro che per grave causa non possono uscire di casa, in egual modo potranno conseguire l’Indulgenza plenaria con il detestare ogni peccato e con l’intenzione di compiere, quanto prima, le tre consuete condizioni, se si uniscono spiritualmente, davanti a qualche immagine del Dottore Angelico, alle celebrazioni giubilari, offrendo le loro preghiere e dolori o i disagi dei loro propria vita a Dio misericordioso.

Pertanto, laddove l’accesso per ottenere il perdono divino mediante le chiavi della Chiesa è facilitato dalla carità pastorale, questa Penitenzieria chiede con forza che il Parroco e i sacerdoti si dotino di strutture adeguate per ricevere le confessioni, con spirito pronto e generoso per la celebrazione della Penitenza. 

In vigore per il Giubileo Tomistico. Nonostante ogni cosa o persona contraria. 

Dato a Roma, dalle sedi della Penitenzieria Apostolica, il 29 dicembre, anno 2023 dell’Incarnazione.

La Redazione

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 22 Gennaio 2024

La povertà senza colpevoli

«Quando do da mangiare a un povero mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora mi chiamano comunista», è una frase di dom Hélder Câmara

Dom Hélder Câmara

«I poveri li avrete sempre con voi» dice Gesù nel vangelo di Marco. Come mai? Non ci sono risorse sufficienti sulla terra? «Quando do da mangiare a un povero mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora mi chiamano comunista», è una frase di dom Hélder Câmara, arcivescovo brasiliano del secolo scorso.

Produciamo alimenti per dodici miliardi di persone, anche se siamo solo sei miliardi e… due miliardi di persone non hanno abbastanza da mangiare, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’ottantasei per cento di ciò che si produce lo consuma il venti per cento della popolazione, che spende cinquanta miliardi di dollari annui in sigarette, quando basterebbero solo sei miliardi di dollari per garantire l’istruzione al mondo intero. Le nostre azioni hanno un impatto enorme, ma i numerosi filtri che si frappongono tra noi e i poveri – lo stato, il mercato, le organizzazioni internazionali – ci spingono a pensare che non vi sia un vero responsabile. Il mondo è fatto così e l’indifferenza diventa rassegnazione. È facile giustificarsi: non dipendono da noi la distribuzione delle risorse e il funzionamento del mercato. L’accettazione del male blocca il bene che potrei fare, perché pensiamo che tanto non cambierebbe nulla.

Abbiamo costruito insieme reti per poter collaborare, ma anche delle gabbie in cui è diventato inevitabile fare del male. Ci siamo assuefatti. Nessuno si scandalizza che sia possibile guadagnare denaro senza produrre dei beni, dei servizi, ma solo scommettendo sull’andamento dei prezzi. Nessuno pensa che sia aberrante, ingiusto e perverso un sistema in cui si possa scommettere sui prezzi dei prodotti e delle valute e in cui, a pagare per il gioco d’azzardo di una élite improduttiva e senza scrupoli, siano i più poveri e fragili.

Eppure un esempio l’avemmo il 16 settembre del 1992, quando George Soros scommise contro la sterlina inglese e la lira italiana, creando una svalutazione formidabile, e il governo italiano fu costretto a varare una delle manovre finanziarie più pesanti della sua storia. Nessun rimorso da parte dello speculatore, nessuna critica da parte delle forze politiche, nessuno che abbia pensato a mettere al bando gli strumenti speculativi, e per colmo di masochismo o incoscienza, proprio per questo suo attacco all’Italia, l’Università di Bologna conferì a Soros la laurea ad honorem. Nel 1999 l’economista premio Nobel Paul Krugman definì così l’effetto Soros: «Nessuno che abbia letto una rivista d’affari negli ultimi anni può ignorare che in questi giorni ci sono davvero investitori che non solo spostano denaro in previsione di una crisi monetaria, ma effettivamente fanno del loro meglio per innescare tale crisi per divertimento e profitto. Questi nuovi attori sulla scena non hanno ancora un nome standard; il termine che propongo è Soroi».

Quel capitalismo che viviamo nella nostra vita ce lo portiamo dentro come qualcosa di inevitabile. Papa Francesco ha fatto proposte concrete di chiusura dei paradisi fiscali e blocco dei contratti – stipulati spesso da governi corrotti – per il controllo della terra agricola a favore delle grandi multinazionali, che hanno costretto all’esodo verso le città migliaia di braccianti ridotti alla fame. Grandi aziende italiane, ad esempio, hanno stipulato contratti per il controllo della terra in Romania, Etiopia, Kenya, Tanzania, Mozambico, Madagascar, Gabon, Nigeria, Benin, Ghana, Liberia e Senegal. Zygmunt Bauman ha dichiarato in modo chiaro: «La sola personalità contemporanea che porta avanti queste questioni con realismo e che le fa arrivare ad ogni persona, è papa Francesco. Nel suo discorso all’Europa parla di dialogo per ricostruire la tessitura della società, dell’equa distribuzione dei frutti della terra e del lavoro che non rappresentano una pura carità, ma un obbligo morale. Passare dall’economia liquida ad una posizione che permetta l’accesso alla terra col lavoro» (Avvenire, 20 settembre 2016). Stiamo parlando di semplice giustizia, non di carità. Distribuire i beni in modo che ciascuno abbia quanto necessario a una vita dignitosa è giustizia. Quando diamo del nostro superfluo a una persona che non ha il necessario, stiamo facendo equità. 

La società laica però non conosce carità o commozione, è anaffettiva, solidale solo lo stretto necessario a garantire la pace sociale, e quelli che in politica si dicono cattolici rinnegano fede e carità per una fantomatica laicità dello stato. Si ricordano sempre di dare a Cesare ciò che è di Cesare, e così consegnano a Cesare, ovvero al potente di turno, anche gli esseri umani. In realtà, si pensa che vi sia libertà di pensiero solo escludendo Dio dal cuore e dalla mente, e così al credente viene anche concesso di partecipare, come tutti, al dibattito pubblico, ma a patto – solo per lui tra tutti – di rinunciare alla propria fede. La libertà è diventata l’arbitrio del proprio giudizio, basato sul soddisfacimento dei propri personali bisogni e desideri. Il credente, in questo senso, non è davvero persona libera, perché pensa di dover rendere conto delle proprie scelte a Dio, che è padre di tutti gli uomini. Non siamo liberi, se con questo si intende l’essere autosufficienti: siamo affidati gli uni agli altri, inevitabilmente. Dire questo oggi però attira ironia e disprezzo.

Il secolarismo imperante pensa che ognuno debba considerare solo sé stesso e che la morale sia a servizio della propria presunta autosufficienza. I filosofi più ascoltati (oggi sono Nozick, Rawls, Gauthier, Elster) questa autosufficienza l’hanno posta alla base di ogni loro riflessione politica e sociale. È una società, quella per cui si prodigano, in cui la solidarietà nasce tra soggetti che sono estranei tra loro e che estranei vogliono restare. Rifiutano l’idea di una responsabilità verso l’altro, convinti di una solitudine originaria per la quale ciascuno è padrone esclusivo di sé stesso. Quello che hanno costruito è un incubo. La globalizzazione era il loro sogno, doveva essere luogo di incontro di tutte le culture ed è ora luogo d’incomunicabilità e permanente conflitto; doveva essere la via per una comunione pacifica, senza un Dio a dividere l’umanità, e ne sono venuti scontri, aumento del divario tra ricchi e poveri, maggiore razzismo e xenofobia, crescita dell’emarginazione: come ha potuto non funzionare? La risposta è sin troppo semplice: si poteva mai credere che esistesse un egoismo disinteressato? che le nazioni più potenti non avrebbero approfittato delle più deboli, che le grandi imprese non avrebbero manipolato il mercato a loro vantaggio? che chi ha un minimo di potere non lo esercitasse a proprio vantaggio, dopo che era stato a tutti insegnato che ciò che conta è solo provvedere a sé stessi?

Dio ha destinato a tutti gli esseri umani i beni della terra, così che il diritto di proprietà non possa prevalere sulla dignità altrui; se tolgo Dio da questo discorso però, è impossibile lasciare quel “tutti”, evitando sopraffazione ed emarginazione. Se cancelliamo il Dio che a tutti dona, resta l’io che prende solo per sé. La cultura laica, senza Dio e senza una comunità di affetti, è ora capace di assistere a immani tragedie in perfetta tranquillità: se qualcuno vince, qualcun altro deve perdere; è inevitabile, sono le regole del gioco. Pensiamo davvero che Dio non ci chiederà conto dei bambini morti di malaria che potrebbero essere curati con molto meno di quello che spendiamo in diete e palestre? 

Giovanni Paolo II chiama tutto questo peccato; la teoria politica lo chiama interesse individuale. L’indifferenza, la pigrizia, il rifiuto di ascoltare sono peccato. Il comunismo ha fallito. Il capitalismo vissuto nel laicismo ha distrutto il mondo in cui viviamo. Non è forse tempo di una riflessione profonda, sincera, sull’epoca che stiamo vivendo? Un cambio d’epoca è in atto e c’è bisogno di un uomo nuovo che ne sia protagonista. La fede in Dio, nel Dio che si è fatto uomo per amore, non indica i governi e i partiti da appoggiare, ma apre i nostri occhi e il nostro cuore perché la libertà non sia solitudine; mette in discussione il nostro modo di vivere, ci interroga sulle colpe nascoste dietro le strutture in cui viviamo sereni e di cui accettiamo la logica per trarne tutti i vantaggi. Non vediamo che il carnefice di oggi potrà essere la vittima di domani. Sono queste strutture che ci accecano e ci illudono giorno per giorno, telegiornale dopo telegiornale, che nel mondo vi siano vittime senza carnefici.

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 19 Gennaio 2024

Un’oasi invisibile per i più fragili

Il Centro di accoglienza temporanea, dedicato a padre Claudio Santoro, a Tor Tre Teste

A Tor Tre Teste c’è un’oasi invisibile per i più fragili della nostra città, presente da circa un anno, e l’ho scoperta per caso. 

Mi telefona una signora che mi chiede di portarle la comunione eucaristica a casa. Non è però una casa come le altre. È un Centro di accoglienza temporanea, dedicato a padre Claudio Santoro, sacerdote della parrocchia romana di san Barnaba al Prenestino, morto nel dicembre del 2021. Vado, fatico a trovare il cancello a via di Tor Tre Teste, chiedo informazioni. Chi ci lavora mi incontra con piacere e ricambia la mia visita venendo in parrocchia. Sì, si può collaborare, perché Veronica Martino, Carmelo Borgia, Barbara Badaracco e Andrea Torresi sono gente attiva, animati da vero entusiasmo giovanile. La loro Cooperativa è sotto la direzione dell’altrettanto trascinante Costantino Giustozzi, che mi illustra tante possibilità di intervento per dare sollievo alle persone più fragili. La Cooperativa Sociale Ambiente e Lavoro ha vinto e conta di continuare a vincere bandi triennali; è una vita sempre in tensione quella di chi opera nel sociale, ma ti dà il polso della società in cui viviamo.

Il Centro di accoglienza di Tor Tre Teste è nato da un progetto per l’emergenza freddo grazie al V Municipio, che ha a disposizione qui 20 posti per dare speranza ai soggetti più fragili che si ritrovano per strada. Altri posti la Cooperativa li dà a persone segnalate dai servizi sociali di Roma Capitale, se ne occupa attraverso operatori sanitari, assistenti sociali, educatori e operatori sociali, e una psicologa su richiesta. 

Se vi si riesce, si vuole dare un futuro a chi ha un passato di solitudine e un presente pieno di incertezze. Chi vive per strada, o non ha vissuto nella stabilità, ha bisogno di essere accolto, spesso ha bisogno di ricostruire la propria identità, ricevere documenti, conoscere i propri diritti, ricongiungersi ai familiari e, se l’età lo permette, essere avviato al lavoro con una formazione adatta. Il progetto dovrebbe trovare il suo compimento nel dare loro la possibilità di affittare una casa, magari con il sostegno delle istituzioni comunali. Sono progetti che esistono o stanno per nascere, ed è un peccato che siano così poco conosciuti. La gente è generosa quando viene resa partecipe. E generosi sono questi giovani operatori, che hanno scelto di lavorare al servizio dei più fragili, degli invisibili della nostra città: vedere compiuto l’inserimento nella società di queste persone a cui dedicano le loro energie darebbe loro la gioia di una missione compiuta.

Manca però ancora tanto perché questo possa diventare realtà per tutti, senza restare un’eccezione. Confidiamo nella lungimiranza di Roma Capitale e nell’attenzione dei diversi Municipi perché i bandi si rinnovino, si prolunghino, perché i progetti siano seguiti, supportati. Solo così la nostra città riacquisterà quel volto umano che l’aveva un tempo resa famosa nel mondo e che rischiamo di perdere, se deludiamo le speranze dei fragili e di chi li affianca. 

A Tor Tre Teste farò quanto posso perché il Centro faccia parte della vita del quartiere. Aiutiamoci ad aiutare.

don Domenico Vitulli

Per maggiori informazioni 

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 19 Gennaio 2024

Il sangue di Gesù non mi ha ancora mai deluso

Gavin Bryars – Jesus’ blood never failed me yet (1975/1993). Un barbone in classifica

È venuta a trovarmi una donna che viveva per strada e non vedevo da tempo. Abbiamo chiacchierato; un po’ di conversazione e poi di botto mi chiede: «ma tu preghi per chi non ha casa? per la loro anima? perché molti – mi ha detto lei – sono cattivi». Avevo sempre e solo pensato alle loro necessità umane: vivono l’inferno qui, alcuni di loro lo vivranno anche dopo? L’ho ringraziata. E ho pensato a un disco di vent’anni fa: un’altra epoca; chi ascolterebbe oggi settantatré minuti continui in cui per circa 150 volte viene ripetuta la stessa frase? «Il sangue di Gesù non mi ha ancora mai deluso». Allora fu un successo.

Nel 1971 Gavin Bryars girava a Londra un documentario sui senza fissa dimora alla stazione Waterloo; quando erano ripresi, molti vagabondi si mettevano a cantare canzoni tradizionali o brani d’opera o canzoni oscene: si davano un tono, recitavano una parte, volevano lasciare qualcosa di sé. Uno di questi, un anziano, cantò invece una canzone religiosa che non venne inclusa nel film. La canzone era breve, ma messa a ciclo continuo funzionava. Bastava aggiungerci un’orchestra per farne un disco e Gavin Bryars lo fece. Lo incise nel 1975, ma pochi si accorsero della sua pubblicazione.

Nel 1993 lo reincise; Bryars era ora diventato famoso e il suo stile era di moda. In questa seconda versione il vecchietto canta da solo tra i rumori della metropolitana, ma dopo un paio di minuti circa arriva da lontano un’orchestra che ne avvolge la voce; ora lui è in mezzo a una folla. All’improvviso, quando ormai sei ipnotizzato, arriva la voce cavernosa di Tom Waits: è straziante e confortevole insieme. È un duetto col vecchietto, mentre piano piano gli strumenti si allontanano, la voce si spegne e rimane qualche violino a ricordare che lì c’era qualcuno che, per dare un’immagine di sé a un cineasta di passaggio, aveva cantato di Gesù. Gavin Bryars è membro di un’associazione che ha come scopo prendersi gioco della religione. Brian Eno si dichiara ateo. Tom Waits non si sa. Eppure hanno sentito il fascino di quella voce, di quel canto pieno di fede. E di quella strana frase.

Il sangue di Gesù non ha mai deluso chi lo abbia invocato sulla propria vita: è un’espressione cruda. Per chi ha perso tutto e non ha fede in nulla, la strada è una prigione tra le più dure. Non hai speranza di uscirne; si direbbe: «fine pena: mai»; e Gesù lo bestemmi. Non hai amici, hai solo compagni, finché non ti possono derubare di qualcosa; non hai dignità, chi ti conosce ti chiama per nome e ti dà del tu. Il sangue di Gesù per chi ha fede è invece fonte di speranza, quella del buon ladrone: «Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno». È uno che si ricorda di te e ti aspetta con piacere, Gesù, e ti dà una meta e una casa verso cui andare. Il sangue di Gesù è segno di dignità, perché si dice che lo abbia sparso per amore tuo: puoi non capire, non sapere cosa significhi, ma capisci di essere prezioso ai suoi occhi, almeno ai suoi. Gesù non si è fatto forte della sua divinità, ha voluto fare la vita che faccio anche io. Si dice che abbia sparso il suo sangue per i tuoi peccati, ma sulla strada i peccati non li conti, ci sei immerso, non hai come evitarli; eppure il suo sangue è stato versato per liberartene e toglierti quella disperazione che porti sulle spalle come una croce.

Questo anziano barbone, grazie a quel sangue, ha vinto, a modo suo, sull’incredulità di molti: centinaia di migliaia di persone che hanno comperato l’album hanno sentito 150 volte ad ogni ascolto quella frase così inusuale, e avranno pensato a lui e a Gesù. Avranno pensato al tanto sangue che si sparge nel mondo per puro odio, e a questo strano sangue che dona il bene. Voglio immaginare ora Gesù e il vecchietto insieme, sorridenti, a canticchiare quel brano vicino a ogni persona senza un tetto e senza una meta in questo mondo, e allora alla fine mi sono ritrovato anch’io a canticchiare: «Jesus’ blood never failed me yet».

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma” – 19 Gennaio 2024

John Coltrane – A Love Supreme (1965)

Chi non ama la musica di John Coltrane? È un mito, uno dei pochi miti del jazz che tutti conoscono, e il suo capolavoro è uno degli album più belli della musica del Novecento e parla di amore divino: A Love Supreme. Fu un successo di critica e di pubblico incredibile quando fu pubblicato nel febbraio del 1965. Vi furono altri capolavori, ma è questo l’album per cui è passato alla storia.
Coltrane muore di tumore al fegato il 17 luglio 1967.

Ho risentito l’album di recente, non posso che condividere quel che ho pensato, è troppo prezioso per me.

Si era fatto conoscere come sassofonista di talento, ma la tossicodipendenza lo aveva reso inaffidabile.
Nel 1957 scrive: «…sperimentai, per grazia di Dio, un risveglio spirituale che doveva condurmi ad una vita più ricca, più piena, più produttiva. A quel tempo, per gratitudine, chiesi umilmente che mi venissero concessi i mezzi e il privilegio di rendere felici gli altri attraverso la musica. Sento che ciò mi è stato accordato per sua grazia. Ogni lode a Dio». Da allora niente droga, niente eccessi, totale dedizione alla musica, fino a A Love Supreme, che lo rese figura quasi sacra. 

È un’unica suite in quattro parti, con titoli che rimandano a un cammino spirituale: Acknowledgement (presa di coscienza), Resolution (risoluzione), Pursuance (conseguimento) e Psalm (salmo).
È il suo personale ringraziamento al Creatore, ma anche la trasposizione musicale della rinascita che aveva vissuto.

In un’intervista rilasciata nel 1966 disse: «Voglio parlare all’anima delle persone… Il mio obiettivo è vivere in modo veramente religioso ed esprimerlo con la musica.
La mia musica è l’espressione spirituale di quello che sono. La mia fede, il mio sapere, la mia essenza» (Newsweek, dicembre 1966).

Non arrivò mai a una fede definita; pur cresciuto in ambiente cristiano, concluse che «c’è una parte di verità in tutte le religioni».

Quando non suonava, studiava testi religiosi e persino esoterici, dal buddismo alla Kabala, dal Veda al Corano.

A Love Supreme rimane il suo più bel tentativo di avvicinarsi quanto più possibile al linguaggio universale della creazione. Nessuno ci aveva mai provato. Per me, ci riuscì.
Dio aveva parlato al suo cuore e lui gli aveva risposto nell’unico modo con cui poteva esprimere ciò che non si può dire a parole.
Provate ad ascoltare ciò che non riesce a dire se non con i suoni. Anche questa è insieme parola di Dio, sebbene trasmessa da un cuore imperfetto, e risposta umana, sebbene non ripeta che solo poche parole in un brano: «a love supreme… a love supreme… a love supreme».

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma” – 2 Gennaio 2024

Olivier Messiaen – Quatuor pour la fin du Temps

Dove trionfa il male, può nascere la bellezza e la speranza?
Olivier Messiaen, per chi ama la musica classica, è un nome che non ha bisogno di presentazioni: compositore originalissimo, fervente cattolico, maestro di compositori come Pierre Boulez, Karlheinz Stockhausen e Iannis Xenakis, ha scritto alcune delle pagine più importanti della musica. Ed è nel momento di più profondo buio della sua esistenza che ha composto la sua più bella opera.

Nel 1939 era stato chiamato alle armi, ma fu presto catturato dai nazisti e portato nel campo di prigionia Stalag VIII/A.
Immaginatevi lo stupore dei soldati quando gli aprirono lo zainetto e lo trovarono pieno di spartiti di Bach, Beethoven, Ravel e Stravinskij. Saputo così che era un compositore, gli concessero carta e matite per continuare a comporre. Al campo di concentramento aveva a disposizione anche un pianoforte in pessime condizioni e vi trovò un violinista, un clarinettista ed Etienne Pasquier, violoncellista del Trio d’archi più famoso dell’epoca.
È un quartetto alquanto eterogeneo, ma fu per necessità che compose per questo organico il Quatuor pour la fin du Temps

In quel periodo Messiaen cercava una musica che esprimesse le vette del sentimento umano e riteneva che la tradizionale struttura ingabbiata in battute regolari fosse insufficiente.
L’effetto contemplativo veniva quindi raggiunto in lui tramite l’utilizzo di modelli ritmici non tradizionali e armonie non tonali e statiche come quelle della musica orientale.
Non era musica di facile ascolto, la sua, ma era di grande fascino e originalità.

Con tanto di permesso del comando tedesco, i quattro prigionieri di guerra francesi potettero eseguire il lavoro davanti a cinquemila internati, oltre a diverse decine di militari nazisti: un pubblico piuttosto eterogeneo. Ci fu un silenzio perfetto da parte di tutti. Il linguaggio musicale era alquanto complesso, ma tutti ascoltarono con partecipazione, cogliendo la grandezza del momento e la sincerità del messaggio. Alcuni anni dopo Messiaen stesso dirà: «Non sono mai stato ascoltato con tanta attenzione e comprensione». Era il 15 gennaio 1941.

Il titolo del quartetto si riferiva all’Apocalisse. Prima dell’esecuzione Messiaen spiegò il libro biblico a internati e nazisti non come annuncio di una catastrofe, ma come rivelazione di una nuova dimensione della vita, e spiegò che la sua musica era «essenzialmente immateriale, spirituale, cattolica». E così, in perfetto silenzio, diverse decine di nazisti ebbero una lunga e dettagliata catechesi biblica su Dio e l’eternità.

Gli otto movimenti di cui è composto il quartetto sono tutti splendidi, ma alcuni di questi raggiungono vette sublimi. Il primo movimento è il risveglio degli uccelli all’alba: su di un glissando di armonici di violoncello e sull’ostinato ritmico del pianoforte, si eleva una melodia lontana e nostalgica da parte del clarinetto e del violino; nel secondo movimento il violino e il violoncello, insieme in sordina, espongono una lunga dolcissima frase, accompagnati da «dolci cascate di accordi blu-arancio» da parte del pianoforte; nel terzo movimento il clarinetto descrive da solo l’esuberante canto degli uccelli che simboleggiano, secondo l’autore, il nostro desiderio di luce e di stelle; nel bellissimo movimento finale la splendida melodia intonata dal violino accompagnata dal pianoforte pare un raggio di luce, un messaggio di speranza sorto dagli orrori della prigionia.

Spiegò Messiaen in un’intervista anni dopo: «Le arti, e specialmente la musica, ci permettono di penetrare in campi che sono al di là della realtà sensibile, ma che non sono irreali. Per l’artista, sono i campi della poesia, della fantasia, del sogno; per il cristiano è il campo della fede: “Beati coloro che credono senza aver visto”. Essi non hanno visto, ma hanno la segreta intuizione di ciò che non vedono. Io penso che la musica sia capace di esprimere, più di altre arti, questo aspetto dell’aldilà, di ciò che è al di là del reale. Ed è capace di esprimerlo per difetto di verità, cioè proprio perché ci offre soltanto un’immagine simbolica di quell’altra realtà. Dio solo è l’unica realtà, talmente vera che oltrepassa ogni verit໹.

Certo Messiaen non ha combattuto per la libertà dal nazifascismo con atti eroici in combattimento, ma ha offerto bellezza dove vigeva orrore, speranza dove abbondava disperazione, armonia dove regnava violenza e sopraffazione. Ha dato al mondo un motivo per combattere il male che dilagava. Si racconta che durante la guerra sia stato proposto a Winston Churchill di ridurre i fondi destinati alla cultura per finanziare l’esercito. Churchill avrebbe replicato: “Ma allora per cosa combattiamo?”. Poco importa che l’aneddoto sia vero o falso, fa comunque riflettere. Un altro dei più grandi compositori, anch’egli sinceramente cattolico, Anton Bruckner (1824-1896), disse una volta: «Quando Dio mi chiamerà un giorno e mi chiederà che cosa ho fatto dei talenti che mi ha dato, io alzerò davanti a lui la partitura del mio Te Deum ed egli certo mi giudicherà benignamente»².

Non siamo chiamati tutti a combattere in trincea o a fare atti eroici di offerta della nostra vita. Tutti però possiamo sviluppare, ciascuno a suo modo, quell’anelito di bellezza e verità che portiamo dentro. Un mondo che ha bisogno di eroi è un mondo in perenne guerra. Abbiamo bisogno di portatori di bellezza e verità, abbiamo bisogno di nutrirci di arte e amicizia, perché dove queste prevalgono, l’orrore e la menzogna non riescono a mettere radici. Tante anime generose hanno combattuto per la libertà, gli artisti hanno dato loro il motivo per farlo.

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1 Riportato in Musique et couleur, Paris 1986, pagina 163.

2 in R. Venditti, Piccola guida alla grande musica, vol. IV, Casale Monferrato 2011, pagina 123.

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma” – 8 Gennaio 2024

Il sogno infranto di Kalilu

Kalilu ha il cervello spappolato. Non si sa chi sia stato a pestarlo. Quando l’autombulanza è arrivata, Kalilu era ancora in preda alla rabbia. Lo hanno dovuto caricare di forza e poi di nuovo, in mezzo alla strada, perché si era buttato fuori per andare in cerca di coloro che lo avevano aggredito.

Al Policlinico hanno visto gli ematomi che si facevano largo nel cervello, quasi a mangiarselo. Ora è in coma irreversibile. 28 anni e un cervello inondato di sangue. Era il 29 novembre. 

Gli infermieri lo avevano registrato come Kalil e segnalato alla Polizia per poterlo identificare; unica cosa certa era che si trattasse di un migrante senza documenti, forse un clandestino.

I servizi sociali si sono dati da fare, hanno messo insieme qualche ricordo di incontri passati e alla fine, gli ultimi giorni di dicembre, hanno contattato una nostra volontaria che sapeva il suo nome e si è presa il compito straziante di informare la madre in Gambia.

Era arrivato giovane con il sogno di un futuro migliore, come tutti quelli che partono.
In Europa non si può entrare con un semplice biglietto aereo, l’Europa è una fortezza dorata che condanna come criminale chi vuole venirci a vivere e lavorare.
Lui si ritrova a Roma nella “casa dell’inferno” – come la chiamano loro – insieme a gente sconosciuta di cui sei allo stesso tempo alleato e concorrente.
Nessuno entra nella casa ad aiutarli, entrano solo gli spacciatori e qualche prostituta.
Fai fatica a trovare da mangiare, qualcosa con cui lavarti e di che vestirti, fai fatica a mandare dei soldi a casa – è per questo che ti hanno finanziato il viaggio in Europa –  e lui, come tutti o quasi, si consola con un po’ di droga e se la paga con lo spaccio. 

Lo incontriamo. Simpatia, amicizia, ricerca di un posto dove stare, ricerca di un lavoro: passano mesi, ma ce la stiamo facendo. La droga è un ricordo, ha una nuova dignità. Sono passati quattro anni. Presenta speranzoso la domanda per il permesso di soggiorno. I nostri uffici sono solerti e attenti, si accorgono che la persona ha una condanna per spaccio di droga, lo arrestano e lo rinchiudono. Lì ci si consola con la droga e non c’è problema a spacciarla. Non è molto diverso dalla “casa dell’inferno”, ma non vengono le forze dell’ordine a sgomberarti, qui non ti becchi condanne per uso e spaccio di droga.

Esce, ma deve prendere il metadone, ha perso la possibilità di lavorare, e torna nella “casa dell’inferno”.
Non torna da noi. Vergogna? Delusione?
Lo ritroviamo con il cervello spappolato in un letto d’ospedale. I medici, gli infermieri, le assistenti sociali sono stati tutti buoni, accoglienti, premurosi.
Quando li guardi in faccia, questi “migranti”, lo vedi che sono solo ragazzi, con una diversa pigmentazione, ma ragazzi, di cui potresti essere fratello o sorella, madre o padre, nonno o nonna.
Quando facciamo le leggi, quando prendiamo provvedimenti, quando teorizziamo politiche, li pensiamo come numeri, li inseriamo in teorie geopolitiche di ogni tipo; quando hanno un nome e un viso, invece, senti il tuo cuore spappolarsi.

Non sappiamo ancora quanto durerà il suo soggiorno tra noi, chi prenderà la decisione di spegnere le macchine che lo tengono in vita.
La madre al telefono ci chiede solo di farglielo riavere, vuole il corpo di suo figlio, visto che tutto il resto glielo abbiamo tolto. E noi lo vogliamo fare, perché i nostri soldi, quelli che così bene proteggiamo con confini e leggi, quelli che non abbiamo usato per dare sostegno alle speranze di un giovane in cerca di futuro, servano almeno a dare un luogo dove ricordare che su questa terra c’è stato un Kalilu, un Kalilu a cui qualcuno teneva, per il quale qualcuno prova il dolore di non poterlo rivedere.

Presto ti dirò addio anche io, Kalilu, che poco ti ho conosciuto, eppure provo grande tristezza.
Il Cuore di Dio è per fortuna diverso dal nostro, il suo amore non stabilisce confini e permessi, e non Lui soffre per te che vai a incontrarlo; Dio piange per noi, chiusi nella nostra dorata solitudine pur di non condividere ciò che forse neanche ci serve.
I soldi che ti abbiamo negato quando ne avevi bisogno, quei nostri soldi diano ora un luogo dove tua madre possa piangere suo figlio, laggiù in Gambia.

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma” – 2 Gennaio 2024

Nuovo murale a Tor Tre Teste

Completato giovedì 23 marzo 2023 nel giardino interno della Parrocchia S. Tommaso d’Aquino

Nel giardino interno della Parrocchia S. Tommaso d’Aquino, nel tardo pomeriggio di giovedì 23 marzo 2023 viene completato, dopo quattro giorni di lavoro, un nuovo murale.

Vi sono rappresentati un bue, un asinello, una pecora col suo agnellino, un bambino illuminato da una luce esterna: il bue è la potenza del Signore, l’asinello la Sua umiltà, l’agnello è il segno di quel sacrificio che ha portato Gesù fino alla Croce, perché era «come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori» (Is 53,7) per amore degli uomini.

Il bambino è la figura più piccola, ma è illuminata e illuminante: è il vertice della creazione, che nell’umanità prende consapevolezza di sé e rende lode a Dio per la propria esistenza.

L’opera è la personale rielaborazione artistica del tema della Natività operata dal duo romano Molecole, che ha voluto evidenziare la sacralità di ogni vita che nasce, convinte che la divinità sia in tutte le specie, in tutte le cose.

Molecole è un progetto delle artiste Gaia Flamigni e Virginia Volpe nato a novembre 2020, che vive la contaminazione dei segni e dei mondi di significato in pittura; oltre ad aver realizzato diversi murales, esse condividono anche un laboratorio, per seguire e sviluppare i propri percorsi individuali.

A loro vanno l’apprezzamento e i complimenti di tutta la comunità parrocchiale.

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma” – 25 Marzo 2023