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Prete, consacrato e disabile

9 Gennaio 2026/0 Commenti/in Articoli/da santommasodaquino

Non è per vantarmi, ma è importante la mia presenza nel mondo. Ecco perché

Non è per vantarmi, ma è importante la mia presenza nel mondo. Sono indispensabile, ma non per qualche mia dote particolare, ma per ciò che io sono e che rappresento agli occhi di Dio e degli uomini. Non sono il solo, d’accordo, ma ciò nulla toglie all’importanza che ho.

Il mondo ha bisogno di chi lo relativizzi, di chi, col solo fatto di esistere, metta in dubbio le basi su cui fonda le proprie certezze, di chi ne scopra la fragilità e mostri la perversione di una politica interessata al solo esercizio del proprio potere.

Se da ragazzo giocavo a fare il ribelle, è solo a maturità inoltrata che sono diventato ciò che davvero il mondo teme e disprezza: prete cattolico, consacrato nel mondo, uno dei tanti disabili. Sono ora la persona in base alla quale si dovrebbe misurare il livello morale di una civiltà e di una nazione. 

Non c’è nel mondo libro più censurato della Bibbia, non c’è categoria più perseguitata dei cristiani e non c’è persona più disprezzata di chi si dichiara apertamente cattolico. Se almeno a parole ci si proclama rispettosi verso la Chiesa, ogni freno si spezza alla sola presenza di un prete, che si calunnia senza ritegno come sicuramente pedofilo, ipocrita e attaccato al denaro.

Come i demoni alla vista di Gesù nei vangeli, l’intolleranza degli atei non resiste a manifestarsi alla presenza del prete. Eppure è proprio lui, il prete, a dare dignità a ogni essere umano; se non ci fosse lui a sostenere una tesi diversa, tutti accetteremmo di considerarci animali tra tanti, forse solo un po’ più complessi, nati per puro caso da un caos senza inizio e senz’altra destinazione alla fine che il nulla. Il prete sostiene invece la nostra parentela con Dio e basa tutta la vita su questa pazzia che sente l’urgenza di comunicare a chiunque. 

Il mondo non vuole il mio Dio, non sa che farsene di un Dio crocifisso, che nel suo profondo disprezza e di cui non vorrebbe mai essere l’immagine in terra. Questo Dio per di più vuole trasformarsi ogni giorno in una cialda che ci ordina poi di mangiare: è l’Eucaristia, la più potente manifestazione di un Dio talmente umile e fragile da farsi masticare come pane azzimo pur di vivere in noi.

L’onnipotenza divina si è fatta schiava del suo amore per noi e questo, piuttosto che commuoverci, rende intollerabile vedere persino un piccolo crocifisso a chi non ne vuole sapere di amare, ma di Dio vorrebbe solo il potere.

Quanti si convincono di non poter essere amati e si accontentano di essere almeno temuti! E così fantasticano di un Dio in cui possano adorare sé stessi, Padrone del cielo e della terra, schiavo a nessuno, regnante beato nell’alto dei cieli e indifferente a ogni creatura.

Solo il prete non ci crede a questo Dio dei potenti e dissacra ogni potere mondano, perché lui fa l’Eucaristia e dà con essa la dignità di figli di Dio a ogni persona. È da qui e da null’altro che nasce l’uguaglianza e la fraternità tra gli esseri umani e senza di me, di me come prete, questo non sarebbe possibile. E poi, scusate, se non ci fossero i preti a sostenere il valore infinito di ogni essere umano, l’umanità cesserebbe di esistere sotto i colpi del puro ateismo.

Nemmeno un ateo resiste infatti al peso delle proprie teorie: non è umano, non ci si alza la mattina dal letto senza uno scopo, non si può vivere rassegnati alla propria presunta inconsistenza. Il suicidio è stato per alcuni l’unico modo per provare, a sé stessi e al mondo, di non essere solo un ammasso di cellule, ma una creatura in possesso di libero arbitrio, in grado di amare e odiare, godere e soffrire. Darsi la morte per dimostrarsi liberi e vivi è l’esito assurdo a cui inevitabilmente si arriva, se si parte da ancor più assurde premesse.

Chi si illude negli anni di avere il dominio della vita propria e degli altri, quando incontra il dolore, cade nello stesso baratro assurdo, fino a voler anticipare la propria morte illudendosi così di averne il dominio.

È assurdo questo mondo di intelligenti, che preferiscono dubitare della propria esistenza – sarebbe la nostra mente a creare la realtà in cui viviamo – pur di non essere alla pari degli altri, amati immensamente da Dio, ma in unico abbraccio che contiene l’umanità tutta intera.

Il mondo odia che io sia un consacrato, perché con i voti di castità, povertà e ubbidienza non desidero ciò di cui esso si vanta, ciò che lo fa sentire vivo e signore: una sessualità come competizione sportiva, una ricchezza come affermazione del proprio valore, un potere come mezzo per sentirsi divini. Il consacrato è l’unico vero ribelle, perché vive una vita incomprensibile al mondo.

Vive per scelta come nessun altro vorrebbe, fidando nella provvidenza di Dio: nella precarietà dell’obbedienza alla volontà di altre persone, senza il sostegno e la consolazione di una famiglia, senza la protezione di un gruzzolo in banca. Se vive in mezzo alla gente come uno tra tanti, diventa lievito impercettibile che sposta equilibri e dona speranza: è lo 007 inviato da Dio.

Io valgo ancor di più perché sono malato. È il sacerdozio il vertice a cui possa aspirare un essere umano, ma la sfida più alta, ciò che più ci assimila a Dio, è vivere con serena fortezza la fragilità.

Il nostro limite è il nostro unico vanto, perché l’unica cosa che abbiamo potuto donare noi a Dio. È solo facendosi uomo, limitata creatura, che il Figlio di Dio ha potuto amare suo Padre come Figlio obbediente; è solo facendosi bisognoso di consolazione e amicizia che è riuscito a farsi amare da noi. Come amare e servire, infatti, chi non ha bisogno di nulla?

È ciò di cui il mondo non vuole convincersi: non c’è da nutrire alcuna vergogna ad aver bisogno di aiuto. Sono un disabile e dovrei più spesso vantarmene, perché col solo mio esistere e dover chiedere aiuto permetto all’umanità di passare dalla legge della giungla, dove sopravvive il più forte, alla protezione del debole della civiltà umana.

È il nostro estremo bisogno di tutto a renderci estranei al regno animale: siamo le uniche creature prive nel corpo di efficaci mezzi di difesa o di attacco e possiamo contare solo sulla nostra inventiva. Da qui sono nate tecnologia, scienza, ricerca storica e psicologia, antropologia e medicina; da qui è nata anche l’arte, per condividere le proprie emozioni e donare consolazione a chi soffre. Dalla comunione di vita di persone che vivono nella fragilità è nato tutto ciò che ci connota come esseri umani.

Avete quindi tutti bisogno di amarmi. Se non vi prendete cura di me, vi si atrofizza la mente, oltre che il cuore. Se non mi state vicino, vivete l’angoscia di esser voi stessi un giorno scartati da coloro per i quali siete oggi di esempio. È la mia debolezza a ricordare all’umanità che il possesso della perfezione è un desiderio illusorio di felicità.

Dio non ha affatto trovato indecoroso o blasfemo che entrasse nella SS. Trinità un corpo umano ferito, l’umanità crocifissa del Figlio. E così ci troviamo ad adorare un Dio ferito. Non è che si adori la sofferenza, a meno che non si sia psicopatici: Gesù l’ha provata e non l’ha affatto gradita.

Non è la sofferenza ad attirare i cuori di chi già soffre di suo, ma è la libertà di Gesù di fronte al male subìto ad attirare i nostri occhi: la crudeltà degli uomini non gli ha sottratto la sua identità, ciò che gli impediva di agire non gli ha impedito di amare. È questo mite, fortissimo amore che, prepotente, ci attrae.

Odio la lancia che ha trafitto il suo petto e fuggo dalla sofferenza che ha allargato il suo cuore, ma quella lancia ha aperto il passaggio e la sofferenza ha creato lo spazio per accogliere persino me nelle fiamme del suo purissimo amore. Questo è quanto di più umano Gesù abbia fatto, oltre tutto, perché amare, in fondo, è l’unica cosa che caratterizza davvero gli esseri umani. 

La disabilità per un gatto è l’incapacità di cacciare, per un uccello è l’impedimento a volare, ma per gli esseri umani è l’esser diventati incapaci di amare, per delusione, amarezza, rabbia o rivalsa, disperazione o stanchezza. La capacità o meno di amare è ciò che distingue le persone tra loro; gli abissi dei peccatori e le vette vertiginose dei santi hanno maggiore distanza tra loro delle nostre diverse abilità cognitive o motorie.

A guadagnarci l’amicizia con Dio, d’altronde, non è la nostra maggiore o minore abilità nel salto con l’asta, né la nostra più o meno profonda capacità di comprensione di un testo, ma solo il saper gioire di lui e della sua presenza amorevole, il che significa amarlo.

So di esservi indispensabile anche perché è da come vi comportate con me che potete essere annoverati o meno tra gli esseri umani. Non c’è umanità in coloro che si approfittano degli inermi e dei deboli, che uccidono, abortiscono, o invece esaltano coloro che soffrono come fossero eroi o santi da venerare, per metterli poi da parte e ignorarne i bisogni. È quando chiedo di accompagnarmi in bagno che distinguo i cuori umani da quelli bestiali. 

Non crediate di essere in qualche modo diversi, ognuno vive una diversa fragilità personale: quel disagio che provate a stare vicino a un corpo difforme non è che lo stesso mio limite, portato da me nel corpo e da voi nella psiche. È la vostra fragilità, dovrete conviverci. I rivoluzionari e gli innovatori hanno suscitato meno emozioni e domande di quelle che suscita il solo mio corpo: è per questo che io conto per voi molto di più e rivesto maggiore importanza nella vita concreta degli esseri umani.

Non abbiate paura di me, non potrei prendervi a schiaffi nemmeno se vi avvicinaste abbastanza. Se provate angoscia a vedermi, anch’io l’ho vissuta e so di non esserne io ora la causa, che è invece l’immagine vostra in un possibile futuro di sofferenza, che ora non sapreste affrontare.

La vostra cura è però frequentarmi, imparare da me cosa significhi essere ciò che noi siamo, per scoprire che il dolore può anche toglierti tutto, ma non il fatto di essere sempre un essere umano. Se non imparate a stare con me, sarete sempre infelici e insicuri.

Per questo io valgo più dei vostri filosofi. Sono prete, sono consacrato, sono disabile, sono merce rara e preziosa da possedere al più presto, quanto di più perturbante possiate incontrare. Lì dove prima non percepivate che buio e silenzio, vi turbo indicandovi un Padre; metto dubbi sulla solidità del vostro presente, avendo il mio fondamento in Dio solamente; e vi angoscio mostrandovi ciò che non vorreste mai accettare: la vostra realtà di fragile creatura bisognosa di amici. Ciò che suscito in voi è però curativo, fidatevi. 

Se incontrando un disabile, nel corpo o la mente, scoprite il vostro cuore incapace di amare, non disperate: anche voi avrete diritto, come ogni disabile, a un parcheggio riservato davanti alla chiesa, alla tenerezza dell’amore di Dio e a una totale accoglienza da parte mia o di un prete di cui vi fidate.

In fondo, dovreste saperlo, non si può amare chi di nulla ha bisogno; ma chi non desidera di essere amato? Infatti, una volta imparato come si ama, la scuola non è ancora finita; c’è bisogno di un ultimo corso, un master specialistico in fragilità umana, per imparare, finalmente, a lasciarsi amare. 

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma” – 3 Gennaio 2026

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Per don Pietro Todini

2 Gennaio 2026/0 Commenti/in Articoli/da santommasodaquino

In preparazione del suo funerale nella sua parrocchia di San Tommaso D’Aquino il 3 gennaio ore 11 a Tor Tre Teste

Scrivo poche righe mentre preparo la celebrazione di domani mattina per don Pietro Todini.

Quando arrivai a S. Tommaso d’Aquino negli ultimi giorni di agosto del 2016, fui accolto dal parroco uscente don Andrea Carosella con gran gentilezza.

Un paio di giorni dopo mi arrivò la telefonata di un certo don Pietro: «Sono l’ex parroco di S. Tommaso, posso venirla a trovare?» Lo incontrai in parrocchia pochi giorni dopo e ricordo ancora come una parrocchiana ci spiasse divertita dal corridoio.

Il nostro colloquio dovette essere quasi uno sketch comico per chi origliava: io abituato a parlare molto velocemente, passando in un momento dal serio al faceto, e lui lento – quasi esasperante per le mie abitudini – e pacato, che sembrava pesare ogni singola parola. Mi descrisse parrocchia e parrocchiani con gran precisione e fu molto prezioso per me.

Avevamo diversi punti in comune, tra cui l’essere entrambi approdati al sacerdozio in età matura, ordinato lui a 43 anni e io a 42. Era avvocato e, mi è stato raccontato in questi anni, più volte ebbe modo di mettere questa sua formazione a vantaggio di persone povere o in difficoltà.

Appena arrivato, dovetti sentire ancora e ancora, come d’altronde era giusto per il nuovo arrivato, tutte le storie degli esordi e dello sviluppo di Tor Tre Teste, e in tutte vi era coinvolto don Pietro.

C’è poco da fare, è stato parroco in quella che a quel tempo era l’unica chiesa del quartiere, dal 1976 al 2008, e non si può proprio dire che sia stato con le mani in mano.

In questi anni, soprattutto nei primi, ho avuto modo di incontrarlo più volte, vuoi per qualche funerale di persone con cui era rimasto in contatto, vuoi per qualche più raro battesimo, vuoi perché io non mancavo mai di informarlo delle feste e dei momenti forti della parrocchia.

Non lo invitavo, lo informavo solamente, perché, gli dicevo, «questa parrocchia continua ad essere casa tua» e lui, finché la salute glielo permise, non mancò mai al pranzo organizzato dalla Caritas il 6 gennaio ogni anno.

La casa è dove ci sono gli affetti, in particolare dove sei stato tu a dare inizio a quella comunione di persone, e lui aveva tirato su dal nulla la parrocchia, e intendo sia l’edificio, sia la comunità.

Sapevo che un gruppo di persone lo andava regolarmente a trovare e ne ero felice: è bello immaginare che quei legami che hai stretto per tanti anni non vadano perduti, è bello che si riconosca a un sacerdote la paternità spirituale da parte di chi ha conosciuto la fede, o l’ha consolidata, per mezzo suo.

Era venuto a Tor Tre Teste quando c’erano ancora pochi palazzi. Lui viveva in appartamento e  le attività parrocchiali erano a piano terra vicino ai negozi.

La svolta fu la visita di Giovanni Paolo II nel 1981, con la Messa in quella rotonda di via Davide Campari che è ora di fronte alla chiesa.

Pochi giorni prima dell’attentato a piazza S. Pietro, l’attentatore già era pronto a sparare, perché lo si vede in una fotografia scattata quel giorno proprio lì alla rotonda, ma per il momento il cuore di tutti era pieno di gioia per quella visita e per la promessa del papa della prossima costruzione della parrocchia.

Fu l’anno seguente a vedere la posa della prima pietra e nel 1988 finalmente Tor Tre Teste ebbe la parrocchia “S. Tommaso d’Aquino”.

Posso solo immaginare quanto  lavoro abbia comportato per don Pietro questo periodo e quante energie ci vollero per far nascere una Caritas gestita da gente ben preparata, dare inizio alle iniziative dell’Avis e degli scout e mettere su un Centro Anziani animato dai giovani. 

A sentire in questi anni i racconti di tante persone, don Pietro mi appare come sacerdote da cui prendere esempio: pacato e riflessivo, lo si dice sempre presente e disponibile ad ascoltare chiunque ne avesse bisogno, affianco sempre a chi vivesse un dolore, con un’attenzione particolare verso anziani e malati.

La figura non è quella però di un santino da immaginetta, perché mi si racconta anche della capacità di assumersi compiti ingrati, di rimettere in careggiata, anche con forza se necessario, coloro che stavano andando fuori del seminato.

Tanti gli devono tanto, qui a Tor Tre Teste e in ogni luogo dove sia stato, e io devo a lui e al suo successore di aver trovato spianata la strada per il mio parrocato.

È morto il 30 dicembre 2025 e i funerali saranno domani 3 gennaio 2026 alle 11 presieduti dal Cardinale Vicario di Roma, mons. Baldassarre Reina. Prevedo tantissima gente, dal suo collaboratore di un tempo e ora vescovo mons. Filippo Ciampanelli, ai numerosi sacerdoti amici, compagni di seminario e suoi viceparroci, e a tanta gente che gli vuole bene e accorrerà numerosa.

Il mio omaggio per lui è preparare al meglio la cerimonia con l’aiuto dei parrocchiani più assidui, a gloria di Dio e a ringraziamento del caro don Pietro.

Ringraziamo il Signore di avercelo dato e chiediamo al Signore che continui ad ascoltare le sue preghiere per coloro che vivono e vivranno nei prossimi anni a Tor Tre Teste, e in particolare per i suoi parrocchiani di S. Tommaso d’Aquino.

Scusate, vado a preparare…

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma” – 2 Gennaio 2026

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Triangolare tra le squadre delle parrocchie Tor Tre Teste, La Rustica, Tor Sapienza

28 Settembre 2025/0 Commenti/in Articoli/da santommasodaquino

Organizzato nella festa della dedicazione della parrocchia San Tommaso d’Aquino

«In un’atmosfera di amicizia e cordialità, buona la prima. Un bravo a tutti i ragazzi che hanno messo il loro spirito calcistico al servizio delle comunità che rappresentavano. Complimenti a tutti, agli organizzatori in particolare a Gabriele, alle autorità intervenute Davide Di Cosmo, Presidente del Consiglio del V Municipio, al Presidente della Commissione cultura e sport Maurizio Mattana, ma soprattutto ai genitori che non hanno fatto mancare il loro sostegno agli atleti. Uno spirito di fratellanza mostrato da tutti e rimarcato dal sempre disponibile Don Domenico Vitulli».

Lo scrive il Comitato di Quartiere Tor Tre Teste Attiva.

Redazione

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 5 Maggio 2025

https://www.santommasodaquino.it/wp-content/uploads/2019/10/san-tommaso-d-aquino-logo-1.png 0 0 santommasodaquino https://www.santommasodaquino.it/wp-content/uploads/2019/10/san-tommaso-d-aquino-logo-1.png santommasodaquino2025-09-28 17:21:312025-09-28 17:21:33Triangolare tra le squadre delle parrocchie Tor Tre Teste, La Rustica, Tor Sapienza

Traffico e pensieri in onore di Gaza

28 Settembre 2025/0 Commenti/in Articoli/da santommasodaquino

Riflessioni forse dettate da ingenuità e ignoranza, ma che comprendono tutte le guerre del mondo

È giorno di scuola lunedì 22 settembre, ma alle 9 ci sono già molti ragazzi in Oratorio a giocare. «C’è sciopero in onore di Gaza», mi dice felice un ragazzo.

Dovremmo dire «in memoria di Gaza», invece, perché è data già per spacciata, non per gli attacchi di Hamas o i bombardamenti israeliani, ma perché nello studio di Trump sono arrivati i progetti per i resort di lusso da realizzare lì sulla costa. Il turismo dei VIP val bene il sangue dei poveri e dei diseredati. 

Di questo però non se ne parlerà oggi a scuola, perché è stato indetto uno sciopero e i ragazzi giocano quindi a pallone nel nostro oratorio, per oggi in onore di Gaza. E tutto facciamo oggi per Gaza.

Lo sciopero è totale. Niente trasporti pubblici, niente informazioni aggiornate, né polizia municipale in giro in città. Negozianti, ristoratori e lavoratori dei supermercati sono a lavoro a quanto vedo, perché non tutti possono scegliere se scioperare. E comunque oggi sono i diritti di quelli di Gaza che importano.

Alcuni anche oggi si ostinano ad avere altre priorità, comunque, perché sento diverse ambulanze arrivare lì dove sono, in auto bloccato da più di un’ora. Esasperato, riuscirò a parcheggiare e a chiamare un amico in soccorso. Mentre però resto lì, due ambulanze dopo un po’ si rassegnano e spengono motore e sirene. Fa impressione vederle immobili in mezzo alle auto. Per qualcuno oggi è come essere a Gaza, mi dico. 

Nessuno dà in escandescenza, sembrano tutti tranquilli. Alcuni tengono il motore acceso con i finestrini chiusi, altri irrequieti escono dall’auto, risalgono, chiedono… anche la radio rispetta lo sciopero e dà poche notizie. Io prego e rifletto.

Dicono che hanno chiuso la Tiburtina per il corteo, dicono che quelle che sarebbero l’unica alternativa a essa – tangenziale est e autostrada per L’Aquila – sono state invase da persone uscite dal corteo. Roma est è un unico blocco di macchine ferme. È una pazienza incredibile che vedo a me intorno. 

Oggi quindi c’è chi rimane per ore senza acqua o servizi, c’è chi occupa un’autostrada gridando slogan in mezzo agli applausi e anche chi agonizza in un’ambulanza a poche centinaia di metri da un ospedale di Roma: tutto si fa per il bene di Gaza. Non ne sapremo di più oggi sulla situazione per cui scioperiamo ma, in ogni caso, tutto dobbiamo fare in onore di Gaza.

La sera vengo a sapere degli avvenimenti successi a Milano. Persone senza testa e coscienza hanno fatto finta di essere in guerra, naturalmente per fini di pace. Meriterebbero di andare lì dove la guerra è vera, di essere trasferite di forza nella striscia di Gaza, mi verrebbe da dire, ma già hanno tanti problemi da quelle parti. Ce li teniamo noi, e questo lo facciamo davvero per amore di Gaza.

Più di uno mi manda la sera un messaggio su alcuni preti che sfilano anch’essi in corteo. I preti hanno un animo aperto a ogni dolore e pregano perciò ogni giorno per la pace di ogni paese. Se alcuni sono andati per un giorno al corteo, ogni giorno per tutti il centro di preghiera per la pace è la Chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami, dove accanto all’altare sono poste le bandiere di Palestina, Congo, Colombia e Sudan, senza per questo dimenticare i tanti nostri amici uccisi in Nigeria, e tutte le altre guerre e guerriglie del mondo; tra di loro è compresa anche Gaza.

Sono in auto nel pomeriggio per un incontro con un migliaio di pellegrini del Ministero della Giustizia venuti a Roma per il Giubileo. Lo hanno programmato da tempo, ma sono molti di meno di quanto previsto, tra chi non è riuscito a partire e chi è stato dato per disperso già all’arrivo in stazione. 

Parlo loro del giubileo dei cattolici e delle indulgenze. Non basta il sacramento della confessione vissuto in solitudine davanti ad un prete per sanare ogni ferita, ripristinare ciò che è stato guastato e consolare chi è stato offeso. Il nostro peccato ha dato il suo contributo a quell’atmosfera di morte che respiriamo ogni giorno. 

Il giubileo è il cammino della riconciliazione completa, familiare e sociale, nella quale ciascuno riconosce il proprio bisogno del perdono dell’altro. Non è ciò di cui ci sarebbe bisogno anche a Gaza? Non è questa l’unica via di pace: perdonare il passato, aprirsi al dialogo nel tempo presente, programmare un futuro di accoglienza reciproca? 

Oggi però dobbiamo tutti o stare a casa o gridare slogan in piazza. Non è tempo per pensare, riflettere, programmare iniziative di pace, e questo, naturalmente in onore di Gaza. Tutto si deve fare per Gaza.

Mentre sono bloccato nell’auto, da solo, ho molto pensato. In fondo di noi a nessuno importa davvero. Siamo numeri, contiamo per quanti siamo, per la somma delle nostre presenze. Il nostro peso politico, per chi ci governa e chi lo vorrebbe, è solo in base alla conta. 

Come sarebbe diverso se – ho immaginato – invece di uno sciopero che serva a bloccare, si fosse prevista una giornata per conoscere, pensare e agire. Sul posto di lavoro e nelle aule scolastiche di ogni ordine e grado avremmo avuto un giorno di incontri con esperti e testimoni oculari, per conoscere un po’ di più cosa succede nel mondo, condividere i propri pensieri e alla fine, prima che sia ora di tornarsene a casa, scrivere una lettera insieme per il nostro governo, ricordandoci che siamo noi che diamo loro il potere che hanno. 

Avremmo evitato di subire la violenza dei soliti idioti o che ne fosse andato di mezzo un ammalato, avremmo evitato di restare da soli chiusi in auto per ore. Non saremmo stati una semplice somma, ma padroni dei nostri pensieri, con idee nostre davvero, da condividere con chi ci governa e ricordar loro per cosa li abbiamo votati. 

Scusatemi, sono forse pensieri dettati dalla ingenuità e ignoranza, ma sono i pensieri pensati da solo, tutti miei e, ve lo assicuro, comprendono tutte le guerre del mondo e, tra loro, il primo pensiero è stato la striscia di Gaza.

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 24 Settembre 2025

https://www.santommasodaquino.it/wp-content/uploads/2019/10/san-tommaso-d-aquino-logo-1.png 0 0 santommasodaquino https://www.santommasodaquino.it/wp-content/uploads/2019/10/san-tommaso-d-aquino-logo-1.png santommasodaquino2025-09-28 17:16:392025-09-28 17:16:41Traffico e pensieri in onore di Gaza

Se un viaggiatore andasse a 30 km all’ora a Roma

28 Settembre 2025/0 Commenti/in Articoli/da santommasodaquino

Ecco cosa potrebbe forse succedere

Chi non si accosterebbe a un’auto che andasse a 30 km all’ora su una strada a 4 corsie, circondata solo da pinete, senza abitazioni intorno e solo con qualche semaforo? Non chiederebbe al guidatore se abbia per caso bisogno di un meccanico o di un’autombulanza? Sulla Cristoforo Colombo potrebbe ora succedere.

E trovereste strano se, mentre andate a 30 all’ora sulla sopraelevata all’inizio della Prenestina, si affacciasse un tizio alla finestra e chiedesse di mettere la quinta e andarvene un po’ più veloci dal suo soggiorno, perché non riesce a sentire il finale di un film alla televisione? Potrebbe anche questo capitare tra poco.

Quanto ci divertiremmo se mettessero il limite di 30 a tutta Roma, invece di riservarlo a pochi fortunati! C’è anche chi però non apprezza e proprio non vuole capire. 

L’altro giorno al bar un romano verace faceva notare a tutti i presenti che se noi, per la nostra patente, abbiamo superato un test scritto e una prova di guida in città, sarebbe giusto che anche chi fissa le regole per i guidatori, chi inventa le norme a suo proprio giudizio, superasse almeno un piccolo test, solo per capire che gli passa in capoccia.

Tutti d’accordo sulla necessità del test da uno psicologo, un professore aggiunse anche un esame di logica, per evitare che la città debba sottostare a pazzi o deficienti mentali, ma subito un altro osservò che su questo Roma è già da tempo allenata e qualcuno di più non si sarebbe notato.

Devo dire che a Roma c’è gente davvero pessimista di prima mattina nei bar. Io viceversa sostenevo, e mi darete ragione in poco tempo, che qualche vantaggio lo avremmo. 

Alcuni potranno dormire di più, facendosi la barba o truccandosi in auto, mentre si procede a passo d’uomo o a singhiozzo; tutti avremo presto tante nuove amicizie, raccontando la nostra giornata al vicino di corsia sul Raccordo. Io, come prete, ne potrei approfittare per celebrare la Messa all’aperto sul cofano, più o meno dov’è l’imbocco della Salaria, per quelli che vengono in chiesa anche nei giorni feriali. Qualche migrante potrebbe vendere bombolette di ossigeno sotto il tunnel che sta nelle vicinanze dell’Appia.

In una Roma dove se freni sull’Aurelia blocchi il traffico fino alla Tiburtina, i 30 km all’ora, anche se su poche strade, faranno da tappo, io penso, per zone intere: dev’essere tanto dolce – ci pensate? – vedere i papà e le mamme procedere in auto affianco ai figli che pedalano felici sul loro triciclo!

Questa norma di rallentare in città non è stata presa per far cassa, non è una tassa nascosta per le persone che sanno usare la terza persino in città. Bisogna essere davvero delle brutte persone a immaginare cose così. E non importa se vi sarà più inquinamento, se passeremo in auto qualche mezz’ora in più: i vantaggi saranno evidenti.

È tutto parte di una strategia dei nostri governanti (sono quasi certo di questo) per rendere più unite le famiglie italiane (dentro l’auto), per far interagire le persone tra loro (con nuovi amici nella macchina accanto) e perché a Roma rinasca la fede e di nuovo si recitino ogni giorno feriale, con grande passione, le venerabili e utilissime litanie dei santi. 

Sono proprio contento. Ameremo Dio e il nostro prossimo di più, ne son certo.

P.S. per domande o dubbi, sono in auto ogni giorno, eccetto la domenica, nella corsia centrale del Raccordo, careggiata esterna, all’imbocco dell’uscita 28 tra le 7 e le 9. Venite a piedi.

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma” – 14 Settembre 2025

https://www.santommasodaquino.it/wp-content/uploads/2019/10/san-tommaso-d-aquino-logo-1.png 0 0 santommasodaquino https://www.santommasodaquino.it/wp-content/uploads/2019/10/san-tommaso-d-aquino-logo-1.png santommasodaquino2025-09-28 17:15:102026-01-09 16:26:38Se un viaggiatore andasse a 30 km all’ora a Roma

La “paternità” di un prete

28 Settembre 2025/0 Commenti/in Articoli/da santommasodaquino

È bello essere padri. È ancora più bello poterlo esser per sempre, in ogni momento, di tante persone che vorrei un giorno accogliere tutte nella casa di Dio

La più forte tentazione della mia vita da prete l’ho avuta pochi giorni fa a causa di una ragazza. Sono stato in piena crisi per mezza giornata. Sono un prete consacrato a Dio, e per Dio ho rinunciato a tutto, o almeno credevo. Satana o la mia natura umana, molto umana, mi hanno sparato in faccia, fino a cancellare il mio volto di prete.

Ho avuto in braccio per diverso tempo una bambina di 14 giorni, figlia di una giovane mamma del quartiere; sono potuto stare con lei in canonica un’intera serata, insieme alla nonna e ai miei confratelli. Il profumo dell’innocenza è inebriante e non riuscivo a staccarmi da lei, non riuscivo a poggiarla nel passeggino, anche se il braccio si era un po’ indolenzito. Non si tratta di essere più o meno buoni, o del fatto che piacciano o meno i bambini: è semplice natura umana nei suoi fondamenti. 

La maternità è un istinto, si dice, ma altrettanto lo è l’essere padri; qualunque sia la vocazione che hai scelto, il nostro software operativo, senza il quale neanche si può dire di appartenere al mondo animale, è quello dell’essere genitori, in un modo o nell’altro.

Per me è pericoloso prendermi cura dei bimbi o trattenermi a giocare con loro, perché l’istinto paterno potrebbe tornare a galla inaspettato e il sacrificio che ho offerto al Signore – come segno di amore esclusivo per lui – è la rinuncia, al di sopra di sesso, soldi e successo, ad essere padri. Certo, lo si può essere in tanti modi diversi, ma l’istinto di base di ogni maschietto che si rispetti è la paternità piena, insieme biologica, protettiva ed educativa, e sempre in un certo senso adottiva.

La paternità spirituale propria dei preti è più grande nella gratuità ed è più duratura, perché crea un legame che resta pure nella vita eterna dopo la morte. Necessita di un allenamento continuo dello spirito e di un distacco totale da ogni attesa personale, la paternità spirituale; essa ha sapori più delicati.

Quante canzoni, quanta poesia, quanti studi scientifici sulle mamme e sul rapporto con i loro bambini! Solo negli ultimi anni si è cominciato a studiare sul serio l’importanza, la ricchezza e la profondità del rapporto dei bimbi con il loro papà e, insieme, l’importanza identitaria della paternità per i maschi. La paternità è l’ambito più sconosciuto della vita umana e anche tra maschi raramente è oggetto di conversazione. Gli uomini, o per innata tendenza, o per esperienza di come verrebbe accolto dalle altre persone, è molto raro che descrivano i loro sentimenti, soprattutto quelli più profondi e nascosti. Apparirebbero poco “mascolini” agli occhi della propria compagna e si pentirebbero presto di essersi aperti.

È per questo che si sente parlare poco delle gioie e delle preoccupazioni dei neo-papà. Ha una certa importanza per loro il dato biologico, come segno della fedeltà della propria compagna, ma il legame autentico col proprio figlio scatta immediato dalla prima volta che prendono in braccio il bambino. 

La tenerezza e l’istinto di protezione che anch’io ho sentito sono violentemente dolcissimi. Eppure lo sai che tu vieni in seconda battuta, lo sai che sei padre agli occhi del figlio solo dopo che, in qualche modo, la madre ti ha presentato come brava persona da poter frequentare. Lo sai che verrai sempre dopo la mamma, per quanto sia pesante la responsabilità che hai sulle spalle. La gioia che senti però ti cancella ogni altro pensiero e staresti ore a guardare quel pezzo di carne che ti fissa dubbioso.

Così, mentre avevo quegli occhi puntati addosso, pensavo al divertimento dei giochi violenti tra maschi e alla dolcezza delle femminucce innamorate del loro papà; pensavo alle soddisfazioni di vederli crescere e diventare capaci di fare a meno di te. Forse è un tratto maschile, ma tra le gioie più grandi c’è – almeno per me – il passare loro tutta la tua esperienza di vita, la tua cultura, gli interessi che hai e il gusto di ogni gioia e bellezza del mondo. Deve essere quasi un principio di estasi vedere i tuoi figli riconoscenti di essere venuti al mondo a dare il loro contributo di bene. Ed è stata questa per me la tentazione più forte.

Naturalmente, come ogni tentazione che si rispetti, le cose faticose, brutte, dolorose, pesanti dell’essere padri neanche le ho prese in considerazione. Tutto mi è parso scintillante di luci. Ho pensato che in fondo avrei lasciato un segno più ricco nel mondo generando bambini, piuttosto che predicando, confessando e celebrando la Messa. Sono andato a letto con questo pensiero.

Al mattino ho ricordato, invece, ciò che ho vissuto in questi anni passati da prete. Ho pensato alla gioia immensa dell’ordinazione presbiterale, della prima confessione da confessore, del mio primo battesimo da celebrante, e di essere padre spirituale di tante persone che mi cercano per ricevere luce e conforto. Ho visto la mia vita segnata da tante sofferte esperienze e dalla gioia di averle superate con l’aiuto di Dio. 

Mi sono accorto, con mia spiazzante sorpresa, che quella gioia che provavo per la piccola Aurora appisolata sul braccio era la stessa che provo davanti all’Eucaristia esposta nell’Ostensorio. Gesù è Dio, ma sulla croce è resa evidente, agli sguardi di tutti, la sua perfetta innocenza di uomo. Muore con l’umiltà e l’innocenza dei piccoli, il nostro Dio. È inerme e innocente, il mio piccolo Dio. Così la bimba che tenevo sul braccio era per me come se fosse lui, come un piccolo santuario portatile, era un corpo tramite il quale diventava palpabile la presenza di Dio.

Non ho tradito il Signore stringendo al mio cuore quella bambina. Anche se non lo capivo con i miei limitati neuroni, lo capiva il mio cuore che era lui che stringevo. La tenerezza da cui sono stato investito mi è stata motivo di riflessione: se tanta dolcezza proviamo per chi ancora nulla può darci per la sua giovanissima età, e diventiamo volentieri i suoi servi per il solo gusto di amarli, non sarebbe giusto provare la stessa dolcezza per i personali nemici, per quelli che crediamo peggiori, per coloro da cui non avremo altra gioia se non quella di amarli senza un solo perché?

La tentazione è passata ed è passato il pericolo. Rimane il ricordo – e non voglio sbiadisca – di aver amato una donna per una serata, di averla amata sino a stringerla a me con passione, di aver desiderato proteggerla da ogni pericolo e offesa. È ciò che vorrei fare per il mio Dio se potessi, ma lui è risorto, è al di là della morte. Posso amarlo con amore paterno nelle persone che incontro e stringerle al cuore almeno nella mia fantasia, proteggendole da ogni peccato o difetto.

È bello essere padri. È ancora più bello poterlo esser per sempre, in ogni momento, di tante persone che vorrei un giorno accogliere tutte nella casa di Dio.

Mi sono ritrovato alla fine contento di essere prete.

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 13 Settembre 2025

https://www.santommasodaquino.it/wp-content/uploads/2019/10/san-tommaso-d-aquino-logo-1.png 0 0 santommasodaquino https://www.santommasodaquino.it/wp-content/uploads/2019/10/san-tommaso-d-aquino-logo-1.png santommasodaquino2025-09-28 17:13:322025-09-28 17:13:34La “paternità” di un prete

Prima e dopo lo stupro a Tor Tre Teste

28 Settembre 2025/0 Commenti/in Articoli/da santommasodaquino

La paura non nasce sempre dall’essere vittima, ma sempre ti invade e ti rode dentro quando ti ritrovi indifeso davanti alla più evidente violenza

Dello stupro potremmo quasi andarne fieri; per carità, non per quello che è successo e che tutti ormai sanno. Siamo in ogni caso saliti all’onore delle cronache cittadine e qualcuno comincia a sapere che il nostro quartiere esiste. Ci manca forse un bel omicidio, di quelli di cui non si trova il colpevole per almeno vent’anni, per rimanere ancora qualche anno sulla cresta dell’onda e diventare famosi anche noi nella periferia romana.

Accanto ai più famosi – per il momento – Quarticciolo e Tor Sapienza, c’è infatti un quartiere di molte persone, due caserme e poco movimento apparente, ma con tanta vita nascosta; c’è Tor Tre Teste.

Ho visto un’intervista alle donne di questo quartiere. Molte di loro le conosco, sono in gamba, parlano bene e descrivono con parole precise la realtà che vivono qui. La confezione della trasmissione però non coglie che frammenti sciolti, che non fanno intravedere alcun tratto particolare. Alla fine, sembra che ciò che è successo abbia messo queste donne davanti a qualcosa di nuovo, come se fosse una situazione mai vissuta in passato, come se ci trovassimo davanti un’improvvisa impennata di nuovi reati.

Si vede sempre solo ciò su cui si dirige la luce, e si conosce solo ciò che ti aspetti dalle domande che fai. È superfluo chiedere se hanno ora paura, la risposta la possiamo anticipare anche in coro. Più interessante sarebbe stato sentire da loro come rispondono a questa domanda: «da quanti anni avete paura a tornare da sole a casa la sera?»

Io sono qui da molto meno tempo della maggior parte di loro. Sono nove anni che sono qui nel quartiere ed è da nove anni che, quando chiudo la chiesa la sera, chiedo alle donne che tornano a casa da sole: «chi ti accompagna fino al portone?» E si cerca qualche uomo, se si va piedi, o una che sia venuta con l’auto. E perché poi non chiedere agli uomini se anche loro non abbiano a volte paura, se è tardi, ad accompagnare una donna passando nel parco? Non tutti sono Clark Kent, che si toglie gli occhiali e diventa Superman. 

La paura c’è da tempo e non si tratta di solo stranieri. La vicinanza di un centro di accoglienza per migranti non aiuta di certo, perché qui ci sono gli ultimi arrivati in Italia e non si dà loro proprio niente da fare. La noia e la mancanza di speranza in un futuro migliore generano solo rabbia e frustrazione in questi giovani, per lo più africani, che vagano per il parco e per il nostro quartiere.  

Eppure in questi anni i furti in chiesa sono stati numerosi, ma tutti commessi da italianissimi italiani. Così i furti di auto hanno firma italiana, come gli scippi e le truffe agli anziani. Molti sbandati vengono dal Quarticciolo, che per lunghi periodi si riduce a supermercato di droga all’aperto. Le forze dell’ordine ogni tanto operano qualche retata, ma chi viene arrestato torna presto a festeggiare al bar la liberazione. I nostri ragazzi di scuola media non hanno comunque bisogno di andarci per procurarsi una dose (i prezzi si sono abbassati e anche loro possono permettersene un po’): viene recapitata direttamente a scuola attraverso i cortili che affacciano sul parco.

D’altronde, non molti mesi fa c’è stata un’operazione antidroga in un nostro palazzo, in via dei Berio, e nessuno se n’è meravigliato. Il risultato di tutto questo non va sui giornali: sono i piccoli gruppi che di tanto in tanto vagano nelle strade, protagonisti di bullismo dentro la scuola e di aggressioni all’esterno, e tutto senza punizione possibile per una così giovane età. Anche questo genera una paura che diventa abitudine.

La paura la notte la danno le auto che sfrecciano per fare le gare. Ne sento i motori dalla mia finestra, ma nulla si sa su chi ha vinto o c’è rimasto sotto i rottami dell’auto. 

La paura non nasce sempre dall’essere vittima, ma sempre ti invade e ti rode dentro quando ti ritrovi indifeso davanti alla più evidente violenza. Per diverse donne la denuncia delle violenze subite da fidanzati ed ex non le fa sentire in alcun modo protette, e questo fa davvero spavento. È un’esperienza che non assurge neanche più a cronaca. Non si tratta però di casi in aumento.

Non ci sono casi in aumento, ci sono invece sempre più persone che soffrono. E questo non è una catastrofe cosmica che non puoi che subire. Questo è frutto di scelte deliberate, condivise da tutti gli schieramenti politici.

Quando non si lavora sull’identità di un quartiere e si lasciano prosperare in poco spazio tanti centri commerciali e supermercati, il lavoro si fa presto precario, a tempo determinato, regolato da turni, mentre le altre aziende ricorrono al lavoro in nero per rosicchiare un po’ di guadagno. E chi è dipendente a volte ne fa due di lavori per sostenere la propria famiglia. Quando chi ci governa ci chiede dov’è la famiglia, portateli ai negozi aperti ogni domenica e fate loro vedere i pezzi smembrati di quelle famiglie a cui fanno colpa di non essere unite. Ecco dove sono i papà, le mamme e i figli; ognuno al proprio lavoro.

Quando si tagliano i fondi agli insegnanti di sostegno e ai servizi sociali o non si pagano gli straordinari agli agenti della polizia locale, e le associazioni culturali e di volontariato, o i diversi comitati di cittadini sono abbandonati, ignorati, impediti a partecipare, ecco che la frustrazione sale e la paura di essere soli prevale.

Ho paura dopo lo stupro? Io ho paura da molto prima, e credo anche la maggior parte delle persone che vivono qui. Ho paura perché il crimine non è prevenuto, perché resta spesso impunito, perché, se attraverso il parco, vedo gente che vi ha preso dimora, gente che spaccia e gente che vi vaga quasi incosciente. Ho timore perché vedo persone stanche, che non si lamentano più, perché vedo tante iniziative lodevoli, ma che senza una regia comune non lasciano il segno e non creano nuovi percorsi di vita.

Non so cosa proporre a chi mi chiede che fare. Io sono solo un prete della periferia romana e posso solo descrivere ciò che vedo intorno a me. I mezzi che ho sono solo spirituali. Per quelli più umani sono solo uno di tanti.

Mettiamoci insieme e vediamo come dare nuova vita e speranza a coloro che hanno ancora paura a camminare la sera per le strade del nostro amato quartiere, l’ormai conosciuta Tor Tre Teste.

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 12 Settembre 2025

https://www.santommasodaquino.it/wp-content/uploads/2019/10/san-tommaso-d-aquino-logo-1.png 0 0 santommasodaquino https://www.santommasodaquino.it/wp-content/uploads/2019/10/san-tommaso-d-aquino-logo-1.png santommasodaquino2025-09-28 17:11:552025-09-28 17:11:57Prima e dopo lo stupro a Tor Tre Teste

Hanno assassinato Charlie Kirk

28 Settembre 2025/0 Commenti/in Articoli/da santommasodaquino

Aveva solo 31 anni. Era diventato influente alla Casa Bianca senza alcun ruolo ufficiale e milionario con le sole capacità di oratore

In Italia lo conoscono in pochi, forse i politologi o i giornalisti politici. Lo conoscevamo, io e altri semplici navigatori di internet, dai video presenti sui social del suo American Comeback Tour, una serie di conferenze e dibattiti nei campus universitari. Era attivista del partito repubblicano, sebbene non avesse incarichi politici, un cristiano evangelico convinto e coerente, un marito e papà di due figli.

Io lo seguivo con interesse, condividevo alcune sue idee ma non tutte, ne ammiravo la tecnica oratoria, la strategia comunicativa e la coerenza dell’immagine pubblica. Era sempre per me un piacere ascoltarlo.

Aveva solo 31 anni. Era diventato influente alla Casa Bianca senza alcun ruolo ufficiale e milionario con le sole capacità di oratore. I suoi incontri con le persone erano spesso un botta e risposta a domande e provocazioni.

Gli davano del fascista, del razzista, lo insultavano spesso; alla notizia della sua morte il 10 settembre sui social sono apparsi uomini e donne che festeggiano, ridono e ancora lo prendono in giro: questo è l’amore di chi per le strade esalta ogni tipo d’amore, questa è la tolleranza di chi mette etichette di infamia su chi esprime opinioni diverse, è l’accoglienza di chi vuole accogliere tutti purché siano della sua stessa parte politica. Lui era abile a smorzare le polemiche inutili, a rigirare le provocazioni; risultava convincente anche quando a me non aveva affatto convinto.

Lo ha ucciso un proiettile sparato da un cecchino all’inizio del suo incontro nel campus della Utah Valley University. Non si sa chi abbia sparato, ma non stupirebbe un avversario politico, forse anche uno studente scandalizzato dalle sue prese di posizione. In quella nazione che si è proclamata da sola – e sembra anche crederci – la più grande democrazia del mondo, è piuttosto usuale sparare ad avversari politici, gente dalla pelle di altro colore, o anche solo per scaricare il fucile tenuto in soffitta. A vedere il numero dei reati e la quantità di detenuti, gli Stati Uniti sembrano piuttosto la più grande palestra al mondo di tiro a segno per armi da fuoco. Com’è possibile? Come possono andare d’accordo democrazia e violenza?

Vanno spesso d’accordo, violenza e democrazia. Se non vi sono rigide regole condivise di gestione dei conflitti, la democrazia è il sistema politico più pericoloso. È l’arena in cui litigare o, per meglio dire, è proprio l’esercizio di un sano inesauribile litigio tra persone in opposizione tra loro, tra schieramenti in perenne conflitto. Se si riconosce questo della democrazia, si può accettare che esista un po’ di calore nella discussione, che è solo calore e non odio di classe, e si può accettare che l’altro potrebbe anche avere ragione – può capitare – e lo si potrebbe anche ammettere una volta ogni tanto. Un po’ di violenza verbale ci può stare, se sai che è solo eccesso di passione per i propri valori e non una minaccia concreta alla tua vita. Sembra però che da un po’ di tempo non sia più così.

Negli anni ‘70 dello scorso millennio alcuni erano dediti a sparare ai “nemici del popolo” o ad altre odiate categorie. Facevano spavento, compagni o camerati che fossero, uniti dalla stupidità della loro violenza, ma erano pochi alla fine. Hanno causato ferite profonde, ma li si poteva fermare. Ora è un mondo diverso.

Siamo divisi in tribù. La globalizzazione ci ha spaventato e abbiamo creato identità trasversali di gruppo. Ci sentiamo forse in sintonia con un gruppo di coreani, ci relazioniamo online con giovani peruviani e protestiamo da tutto il mondo per le vicende politiche in Congo. Siamo italiani solo per pasta e caffè, ma internazionalisti nelle ore tra i pasti. Tutto è però all’interno di uno stesso algoritmo. E abbiamo come nemico ogni altro algoritmo presente.

Quello che cerchi sul web, l’algoritmo te lo ripropone in ogni sua forma, così che tutto sembra coerente perché tutto concorda. Ti ritrovi ad avere sempre ragione nella tua bolla. Tutto il mondo dice le stesse cose, se lasci decidere a TikTok, Instagram o ad altri social cosa vedere, e sono proprio quelle cose in cui volevi credere.

Che fortuna! C’è così chi trova la propria identità nel campo sessuale, aderendo a una qualche lettera compresa tra «l», «g», «b» e «t» oppure altre possibili lettere aggiunte al bisogno, e chi invece si distingue in base alla dieta (vegana, fruttariana…), oppure seguendo una religione tra tante, e infine chi vive fidandosi di una qualche ideologia passata o futura. Ognuno si aggrappa con tutto sé stesso a qualcosa che lo definisca, tagliando ogni sfumatura dal cuore e la mente. Ogni opinione diversa è un attacco a ciò che si è deciso di essere, ogni discussione è un’offesa indelebile e le novità sono tutte guardate con grande sospetto.

Litigare è diventato impossibile. Chi non aderisce alla realtà che tu vivi è di sicuro pazzo o cattivo; chi non ti tratta secondo le regole della bolla in cui hai rinchiuso il tuo mondo non ha più diritto di parola, è da escludere o rinchiudere. Si ha più paura delle parole degli altri che dei loro fucili. Il narcisismo è malattia delicata, aumenta la suscettibilità della persona, che disprezza chiunque senta come nemico.

È un mondo che si crede forte esibendo la propria fragilità nelle piazze e schiaccia o uccide chi ancora dissente. Non sono pericolosi oggi i terroristi succubi di un’ideologia malsana, ma coloro che non sono in grado, e sono in tanti oramai, di affrontare anche un minimo conflitto senza sentirsi minacciati nella propria identità.

Charlie Kirk è morto, a soli 31 anni d’età. È morto e mi stava simpatico, perché non aveva paura della discussione aperta, chiara e sincera. Non temeva il conflitto. Non pretendeva la vittoria ogni volta. Usava la logica e tollerava un certo calore, quando i temi erano caldi. La lunga esperienza gli permetteva un rilassato umorismo ogni tanto, utile a ricordarci di non essere noi il Padreterno in carica.

Addio Charlie. Ci dividevano le nostre diverse opinioni, ma se mai dovessimo incontrarci in paradiso o nella sala d’attesa, una discussione con te la farei volentieri. Fa niente che vinci – sei un professionista d’altronde – ma un sano e appassionato litigio, che finisca a tarallucci e whisky però, è quanto di più bello e appassionante noi esseri umani possiamo fare quando stiamo un po’ insieme.

È così che costruiamo la nostra identità e scegliamo gli ideali che ci rendono ciò che poi siamo, è così che impariamo ad avere amicizia per persone da noi anche molto diverse, ma per le quali nasce così un grande affetto. Ci potevamo addirittura insultare tra amici, quando ero al liceo, tanto il cattivo alla fine era chi non accettava le scuse.

Non è il poter tutti votare che rende preziosa la democrazia, ma la possibilità di poter litigare senza sentirsi ferito o ferire, la possibilità di arrivare, alla fine, non al compromesso in uso tra persone in affari, ma alla concordia tra coloro che si vogliono bene. È questo il sogno su cui è costruita la democrazia. E tu nella democrazia ci vivevi davvero.

Addio Charlie, o meglio, goodbye.

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 11 Settembre 2025

https://www.santommasodaquino.it/wp-content/uploads/2019/10/san-tommaso-d-aquino-logo-1.png 0 0 santommasodaquino https://www.santommasodaquino.it/wp-content/uploads/2019/10/san-tommaso-d-aquino-logo-1.png santommasodaquino2025-09-28 17:09:252025-09-28 17:09:27Hanno assassinato Charlie Kirk

Il chiasso dei bimbi, un dono di Dio

28 Settembre 2025/0 Commenti/in Articoli/da santommasodaquino

In quanti luoghi invece si dice loro di starsene buoni, di stare zitti, di non dare fastidio!

Tre doni ho ricevuto da Dio in questi nove anni da parroco: sono il Parkinson, la Bibbia e il chiasso dei bimbi. Sono doni che andrebbero tutti spiegati, ma solo uno di essi voglio ora farvi apprezzare. Li ho ricevuti in mezzo a due grandi dolori, di cui sono stati la mia medicina: ho iniziato con la morte di mio padre e ho concluso il mio primo periodo con la morte del mio padre spirituale. In mezzo ai due lutti ci sono state tante altre grandi e piccole gioie.

Di quei tre doni il più pervasivo, quello che è servito più spesso da miccia per nuove emozioni e pensieri originali è stato l’allegro vociare dei bimbi nell’oratorio. Non si tratta di quel chiasso banale di chi svolge attività di lavoro o di sport, noioso e in alcuni casi irritante; sono piuttosto le grida di chi è ricolmo di gioia, di chi vuole far sapere, a tutto il mondo che lo circonda, la bellezza del gioco a cui sta ora giocando. È tra le cose più belle questo fare esperienza del bene e del male senza che ci siano davvero in gioco il bene o il male, questo diventare consapevoli di sé stessi e del mondo senza scalfire o ferire qualcuno. Tra tutte le attività umane e animali, il gioco è l’unica, forse, che abbiamo noi insegnato a Dio come fare. Il Dio fatto uomo ha imparato a giocare guardando, come tutti, i propri cugini e parenti, e ha fatto così esperienza come essere umano di quanto dall’eternità già faceva, ma come Dio solamente.

Quando da adulti parliamo di Dio, ne facciamo un ritratto secondo la nostra umana superbia; non immaginiamo che il vero Dio possa farsi presente dentro un roveto che brucia (Esodo 3,1-6), oppure paragoni sé stesso a una bambina che gioca (Proverbi 8,30-31).

La malattia mi ha aperto le porte di stanze segrete e mi ha liberato dai fantasmi nascosti, e la Bibbia è stata inesauribile fonte di consolazione e saggezza; ma la chiave che mi ha permesso di entrarvi per viverle entrambe con frutto mi è comparsa davanti mentre osservavo il gioco dei bimbi e ne ascoltavo i suoni di gioia.

Se volessimo paragonare Dio a un albero, io sceglierei all’istante una maestosa e solida quercia, oppure un cipresso slanciato che punta al cielo; nella Bibbia si parla di alberi che portano frutti utili o buoni, come l’ulivo, il fico o la vite (Giudici 9), mentre per rappresentare il malvagio Abimèlec ci si volge a uno sterile rovo. È proprio in quel roveto che invece Dio apparve a Mosè, gli fece conoscere il suo nome e lo mandò a liberare gli schiavi d’Egitto. È da allora che Dio si fa brutto ai nostri occhi per poterci salvare e vive in mezzo ai disprezzati del mondo, invisibile agli occhi dei colti.

Sono decisamente brutti i roveti, non ne capiamo la funzione nell’equilibrio della natura e ci trasmettono solo fastidio. Non poteva però Dio scegliere un luogo migliore da cui parlare a Mosè di quel popolo che avrebbe dovuto liberare, massa amorfa di genti diverse unite solo dall’essere schiavi di uno stesso padrone. All’inizio della storia del popolo si trova un arbusto che arde senza mai consumarsi, come fosse vivo e morto ad un tempo; anche nel libro che chiude la Bibbia e mostra il trionfo in paradiso di tutti gli eletti, nell’Apocalisse, il Salvatore appare in forma di agnello sgozzato, vivo e morto ad un tempo, a raffigurare quel Cristo che come Dio è vivo da sempre, ma, come uomo, con la sua morte ha portato all’umanità la salvezza e la vita eterna per sempre.

È il chiasso dei bimbi che mi ci ha fatto pensare. In quanti luoghi si dice loro di starsene buoni, di stare zitti, di non dare fastidio! I cortili sono spesso latrine per cani e il loro abbaiare non sembra arrecare disturbo, ma a figli e nipoti vietiamo di giocare sotto i nostri balconi. La loro gioia provoca rabbia.

E allora, benvenuti nel nostro oratorio! I disprezzati siano liberi di farsi sentire, di gridare nel gioco, di correre a perdifiato nel campo di calcio. Tra loro c’è una bambina di pochi anni che tra un gioco e l’altro si ferma a fare un grido acutissimo come solo i bambini ci riescono, e poi riprende a giocare.

Della Sapienza eterna nella Bibbia si scrive: «Ero con lui come una giovane, ero la sua delizia ogni giorno, giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre… ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo» (Proverbi 8, 30-31).

I primi cristiani videro in questa Sapienza il Cristo pre-esistente, il Figlio di Dio prima che diventasse un essere umano. In ebraico, come in italiano, la Sapienza è termine femminile, così che Gesù, nell’eternità, pare indossare vestiti da donna. È venuto tra noi come maestro, legislatore, giudice e guida, ed erano tutte prerogative maschili, di maschio adulto in quel tempo; nell’eternità è invece bimba innamorata del suo papà (abbà nella sua lingua) e gioca davanti a lui costruendo l’intero universo. 

La creazione non nasce quindi nella fatica o in una guerra cosmica tra dèi, come nei miti delle altre nazioni; è il gioco di una bimba sotto gli occhi del suo papà. Se poi quella parola che indica il gioco copre anche il significato di danza, quella danza che era parte essenziale delle preghiere pubbliche del popolo ebraico, ecco che d’improvviso la scena della creazione si trasforma e vediamo una bimba che danza davanti al papà e tra una capriola e una piroetta traccia quel globo di stelle che circonda la terra. Ecco chi è Gesù prima che nasca, ecco come Dio descrive il suo atto creativo: siamo il dono finale che il Padre riceve dal Figlio come completamento di quel gioco divino che aveva lui stesso iniziato facendo la luce, le galassie e ogni altra creatura.

Non siamo massa inerte, ma persone con cui la Sapienza, si legge subito dopo, continua a giocare, perché trova gioia a intrattenersi con noi. Che bello pensare il Dio onnipotente che danza tra le tende del deserto di Giuda!

Così in oratorio mi fermo a osservare la precisione scientifica con cui i più piccoli ripetono gli stessi gesti e ne traggono le loro conclusioni sul mondo: per quante volte il ciuccio cadrà per terra quando ne lascio la presa? E vedo una bimba che ogni volta che le passo vicino si assicura che la guardi mentre fa la ruota in mio onore. E i bimbi corrono liberi dietro a un pallone, e a volte anche senza, perché hanno sempre fretta i bambini, fretta di vivere. Il loro chiasso mi rende sereno: finché il chiasso continua vuol dire che Dio non si è ancora stancato degli esseri umani. 

Alle feste noto degli animatori a dirigere i giochi. È venuto da poco anche un gruppo di una scuola materna, ma senza che avessero organizzato altro che il cibo. Non avevo previsto il chiasso che avrebbero fatto. Quanto mi sono divertito a guardarli! I maschi si erano divisi tra bande a cui le femminucce cercavano con scarso successo di dare alcune regole di civiltà. E quando i combattimenti si facevano aspri, le femmine venivano portate in luogo sicuro. Non è questa l’immagine di ciò che vivremo in paradiso? Gioco puro.

Da bimbo chiesi a una suora cosa avremmo fatto per una così lunga eternità. «Contempleremo il Signore», mi disse. Per fortuna chiesi anche a mia madre se potessi fare sgambetti agli angeli, una volta lassù; era la mia idea di divertimento in quel tempo, e mi fu assicurato che ciò era del tutto possibile.

Io detesto Lutero. Lo trovo violento e arrogante, spesso illeggibile; eppure questa volta secondo me ci coglie davvero, quando parla del paradiso. Leggete anche voi cosa scrive in un suo momento felice: «Allora l’uomo giocherà con il cielo e con la terra, giocherà con il sole e con tutte le creature. Tutte le creature proveranno anche un piacere immenso, un amore immenso, una gioia lirica, e rideranno con te, o Signore, e tu a tua volta riderai con loro».

Negare il gioco ai bambini rischia di allontanare ancor più Dio dagli uomini e di sottrarre a noi adulti la memoria delle nostre prime amicizie, quelle che ci hanno fatto provare per la prima volta la gioia di stare insieme anche tra estranei. Il gioco dei bimbi è roba seria, di cui il mondo non può fare a meno davvero.

Ora li guardo mentre sotto un sole cocente corrono liberi nei nostri spazi e mi vien voglia di tesserarli, con tanto di foto e di timbro; è l’unico modo che avrei per verificare se per caso si sia intrufolata a giocare tra loro la bimba Sapienza, come giocava nel deserto tra le tende del popolo d’Israele, e se non sia per caso quella bimba che grida, o quella che fa la ruota quando mi vede. Dimenticando ogni cosa, danzerei con lei ridendo e cantando, avrei con lei quella gioia che era sua già prima che venisse tra noi come uomo, prima che pensasse a salvarci, prima cioè che noi lo chiamassimo col suo nuovo nome, Gesù.

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 19 Luglio 2025

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La specie protetta

28 Settembre 2025/0 Commenti/in Articoli/da santommasodaquino

Riflessioni sugli adolescenti di oggi

Li osservo dal balcone che dà sull’oratorio. Sono pochi i nostri adolescenti. Non è perché non siano credenti che non varcano nostri cancelli. Sono proprio pochi, sono decenni che si fanno pochi, pochissimi figli. Sono una specie protetta e lo sanno. Purtroppo se ne rendono conto. 

Un tempo gli adolescenti e quelli dei primi anni di gioventù facevano paura, ed era per questo che la disciplina familiare era ferrea: serviva a controllare l’energia giovanile. Gli adolescenti si sentono forti, non pensano di poter essere mai colpiti da malattie, né immaginano di poter mai morire. Al massimo, immaginano il loro suicidio, per rabbia o dispetto. Non puoi affrontare degli esseri immortali e nel pieno delle loro forze, se non soggiogandoli con la tua autorità e con il ricatto di togliere loro cibo e alloggio. Una volta indipendenti poi, contestano la generazione precedente e cambiano il mondo verso direzioni inattese, ma sempre peggiori, a sentire i loro padri. Non è più così, adesso.

A chi dovrebbero mai contrapporsi? A una generazione, la mia e quella seguente, che non crede più a niente, per la quale tutto è uguale, per la quale tutto va bene purché a te vada bene?

E li vedi quindi bighellonare in oratorio. I maschi sono guerrieri senza guerre, esploratori quando di terre da scoprire non ce ne sono ormai più. Le donzelle sono di facile conquista, non c’è bisogno di varcare confini e sfidare draghi per poterne ammirare il bel viso. Sono seduti tutti sulla stessa panchina. Le donzelle sono lì annoiate, nessuno sollecita la loro attenzione, nessuno fa mostra di sé ai loro occhi. Tutti un po’ interagiscono e un po’ si riposano dall’aver interagito scrollando sul proprio cellulare (per i meno giovani, “scrollare” è passare in rassegna i video e le immagini presenti sui social; lo “zapping” dei miei tempi è roba da incapaci al confronto).

Non hanno obiettivi, perché abbiamo detto loro che tutto in fondo è uguale; non hanno nemici, perché i loro padri non hanno valori da difendere e le madri si vestono come fossero sorelle; non hanno modelli adatti ai loro sacrosanti nervosismi, alle loro inevitabili angosce, perché nel paesaggio urbano in cui la maggior parte di loro ha il suo habitat, di coetanei se ne intravedono davvero pochi. L’Italia offre solo vecchi e ultravecchi alla loro vista, quando se ne vanno un po’ in giro.

Hanno bisogno di emozioni forti e le vanno a cercare nelle cose più strambe o pericolose. Che l’adolescente sia sempre stato incline a spericolatezza e incoscienza è cosa ben risaputa, ma finché questo li portava a prendere in giro le suore in parrocchia, dovevo far finta di essere arrabbiato con loro. Ci sono sempre state cose più serie di queste, molto più serie, ma adesso davvero sento una certa trepidazione a guardarli.

Si trovano in gabbia. Guardano in giro e il modello sociale che possono copiare è il cinquantenne finto-giovane a cui non importa più nulla di oriente e occidente, destra o sinistra, ricchi o poveri, purché riesca a pagare le bollette e ci sia il calcio in tv. La loro energia, gli ormoni e i muscoli che rispondono subito vorrebbero avere ben altro da fare. Non possono combattere contro dei punching ball che entrano in crisi al primo insulto che il loro pargoletto osa rivolgere loro, né farsi la nomea di eroi senza paura quando vengono difesi a spada tratta dai genitori, persino quando si tratta dei loro (primi) reati.

Non hanno alcuno spazio da occupare con forza – sono una specie protetta, si dà loro ogni cosa per tenerli vicino – né alcun tempo che sia tutto per loro, quando i loro genitori – sempre per via della specie protetta – hanno programmato ogni istante della loro giornata, tra scuola, sport, psicologo e – se proprio serve per le feste di prima comunione e di cresima – catechismo in parrocchia. Le uniche volte che li vedo lasciati allo stato brado, a seguire le loro pulsioni, è in mezzo alla strada a far branco o nel nostro oratorio a giocare e dare un po’ di fastidio (ma non troppo, «se no il prete ci caccia»).

Era dura a volte fare a botte in mezzo alla strada, o farsi raccompagnare a casa da qualche adulto quando non c’erano i telefonini e non sapevi tornare. Era duro riuscire ad avere un appuntamento con una ragazza e sgattaiolare dal controllo dei grandi, ma sentivi di aver fatto qualcosa, di essere un poco più adulto per avercela fatta da solo, senza chiamare papà e mamma a controllarti o difenderti.

Era dura, ma è molto più dura adesso. Non c’è soluzione immediata se non una sola, che non dipende da me: fare più figli. Farne tanti di figli, è necessario per loro, perché i figli non siano più specie protetta, perché tornino a fare paura, perché possano disprezzare gli adulti e creare nuove mode e nuovi modi di essere al mondo. 

C’è solo una via per ridare vigore ai nostri soporiferi giovani: tornare a far figli, o accogliere i figli degli altri (da qualunque paese questi vengano). Fate un po’ voi.

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 1 Luglio 2025

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