In morte di un giovane

Il 2 ottobre un pauroso incidente in via di Tor Tre Teste ha spento la vita di un giovane di 21 anni, Emiliano Pompei. Sabato 8 ottobre presso la parrocchia “S. Tommaso d’Aquino” il vescovo Mons. Riccardo Lamba ha presieduto la celebrazione funebre, seguita da una enorme folla, attenta e commossa, di amici e conoscenti.

Pubblichiamo volentieri queste riflessioni di don Domenico Vitulli, parroco a S. Tommaso d’Aquino.

Emiliano è morto. A 21 anni appena compiuti, scaraventato per strada dal sedile posteriore di un’auto dove si era appisolato. Erano passate le 4 del mattino e stavano tornando, lui e due amici, da una serata di gioia in giro per Roma. Un’auto è venuta contro la loro e il perché ossessiona la mente di chi gli voleva bene. Il perché ha però due direzioni; quella verso il passato ti chiede come sia avvenuto, di chi sia la colpa; quella verso il futuro ti ossessiona sullo scopo, sul fine di una morte assurda e improvvisa di un giovane. E poi c’è la domanda delle domande: Dio, dov’è in tutto questo?

Sono domande troppo grandi per chiunque, soprattutto se quel chiunque è devastato dal dolore. Si può solo tacere e farsene altre di domande, nelle stesse due direzioni e altrettanto strazianti, ma affrontabili: ora che questo dolore c’è, quale significato ha per me e, soprattutto, io che ne faccio.

Il dolore c’è perché c’è l’amore, è segno di una relazione intima, profonda, che coinvolge tutta la persona; è segno, proprio perché straziante, del fatto che non vi sia nulla di più profondo e coinvolgente, totalizzante ed importante per ciascuno di noi dell’affetto che ci lega; è un segno che siamo fatti per amare ed essere amati, e questo non viene dagli atomi da cui siamo composti, ma da uno spirito che abita in noi, uno spirito che ci è stato comunicato. È la più forte, evidente, lacerante dimostrazione di Dio. Se c’è il dolore per l’assenza di un’altra persona, esiste un Dio che ci ha donato la capacità di amare come Lui. E se Dio esiste, non può che soffrire infinitamente quando noi non stiamo con Lui e gioire immensamente dello stare con noi.

E cosa devo farne di questo dolore che sento sterile, ora che non posso più abbracciare chi amo? Se Dio è amore, e tutto può, non ha certo lasciato cadere nel nulla Emiliano, non ha abbandonato al nulla alcun figlio. Emiliano vive ora nell’amore di Dio, ciascuno dei nostri cari vive di Dio. Il dolore che sentiamo mantiene vivo in noi l’amore, il legame, e ci mette in comunione con i sentimenti di Dio. Il dolore si affievolirà col tempo e impareremo a conviverci, ma non può, non dovrà mai spegnersi, perché ci mantiene nell’amore e nel desiderio, ci fa sperare nella vita definitiva, quella in cui saremo tutti riuniti in Dio e non vi sarà più morte, separazione e sofferenza, ma solo amore, e questo senza dolore.

Ecco dove è Dio. Abbraccia Emiliano, abbraccia ciascuno di noi. E se proprio vogliamo che questa morte non sia invano, che serva a ricordarci che in questa vita, alla fine, conta solo il bene che ci siamo dati, l’affetto che ci ha legato. Siamo amati da Dio e siamo una comunità basata sull’amore e sull’affetto, ed è questo che ci rende degli esseri umani.

Emiliano, ci vediamo da Dio.

i.

don Domenico Vitulli, parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma” – 8 Ottobre 2022

“Ridere aiuta a star bene!”, laboratorio di sketch comici

Open day gratuito, ma con prenotazione, giovedì 6 ottobre ore 19, in via Lepetit a Tor Tre Teste

Giovedì 6 ottobre alle ore 19 in via Roberto Lepetit 99/i presso la parrocchia S. Tommaso d’Aquino a Tor Tre Teste, l’associazione Pilloleart del vulcanico Stefano Federico presenta “Ridere aiuta a star bene!”, laboratorio di sketch comici.

Le iscrizioni sono aperte e l’open day è gratuito, ma va prenotato.

Redazione
Articolo apparso su “AbitareA” – 27 Settembre 2022

È nata una nuova disciplina sportiva: la spinta della carrozzina a Tor Tre Teste

Qualche giorno fa ho fatto attività sportiva con una nuova disciplina: “spinta della carrozzina a Tor Tre Teste”.

Mia madre ha 90 anni, vive con me in parrocchia. Ha avuto bisogno di analisi e il Centro “Lepetit” è a poca distanza, pochi istanti a piedi. Le piccole distanze, però, per chi è anziano e malato, rappresentano una vera prova, e così dico a mia madre: «ti porto io in carrozzina»; mi sembra una soluzione semplice e veloce.

La partenza in effetti è semplice, fino al cancello parrocchiale, ma a pochi metri trovo già il primo ostacolo: un bel cumulo di immondizie attorno ai cassonetti di via Davide Campari, davanti alla Chiesa. Ci passo sopra o faccio il giro largo in mezzo alla strada? Decido di passarci sopra – mi sembra meno pericoloso – e raggiungo l’incrocio di via dei Barbisio. E mi chiedo: se un disabile usa da solo la carrozzina? Tutto il marciume delle immondizie finisce dal marciapiede alle ruote e alle sue mani.

La seconda prova, a pochi passi più in là, è peggiore: marciapiedi alti e nessuna rampa. È esercizio di forza muscolare, superato con facilità, modestamente, ma impossibile da superare per chi spinga da solo la propria carrozzina, e anche un accompagnatore meno allenato o più debole si sarebbe trovato in seria difficoltà.

Adesso c’è una scelta difficile: affrontare il sottopassaggio? Troppo stretto il marciapiede là sotto e troppo pericoloso andare sul ciglio della strada, è meglio girarci intorno. Il marciapiede però è quasi assente anche nella curva di via Campari; per andare sul sicuro bisognerebbe scendere dei gradini, ma non ci sono rampe; dall’altro lato il marciapiede è sottilissimo. Andiamo per la strada, a nostro rischio. Non mi ero mai accorto però di come fosse quel breve pezzo di strada: sconnesso, davvero molto, e storto, in pendenza laterale. È davvero faticoso tenere diritta la carrozzina e mia madre viene molto più sballottata. Forza muscolare ed esercizio di respirazione, ma anche io ho il fiatone alla fine. Ce la faccio, ma una medaglia me la meriterei. Se qualcuno in forze ti spinge, si fa con fatica, ma si fa. È impossibile però affrontarlo da solo sulla carrozzina.

Finita la curva, posso salire sul marciapiede per i pochi metri fino alle strisce pedonali. Sono pochi metri un po’ sconnessi, ma ho già superato di peggio. Anche qui vi sono i rattoppi e con il marciapiede che pende da un lato: vi assicuro che ci vuole molta forza per andare diritti senza sbattere sulle vetrine dei negozi. Attraversiamo la strada e anche qui il passaggio è un po’ stretto e difficile, anche a causa delle macchine parcheggiate. Ci siamo però. Ci abbiamo messo un quarto d’ora per percorrere pochi metri… ma ci aspetta anche la difficoltà e la fatica del ritorno. Oggi non ho bisogno di andare in palestra.

Una figlia, una badante, una persona anziana o un po’ più debole non ce l’avrebbero fatta ad accompagnare mia madre. Un disabile, per quanto giovane e in forze, non ce l’avrebbe fatta da solo: barriere insuperabili, immondizia per terra, strade con asfalto a grattugia, pendenze laterali.

Si potrebbe creare una gara di trasporto disabili tra le due parrocchie di Tor Tre Teste, una disciplina appassionante, ma crudele per chi sta sulla carrozzina. Si scherza per non piangere, per non indignarsi. Lo capisco, chi è sano non ci bada a queste cose, ma tutti corriamo il rischio di rimanere chiusi in casa perché impossibilitati a percorrere anche pochi metri con deambulatore o carrozzina.

Comune, Municipio e tutti noi forse non ci pensiamo agli anziani e ai disabili, oppure forse è una scelta voluta, per farci risparmiare sulla palestra. Se è così, grazie!

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma” – 9 Luglio 2022

La Passione di Cristo nella musica contemporanea

Quelle di Wolfgang Rihm, Tan Dun, Osvaldo Golijov e Sofia Gubaidulina, per esempio

È da poco trascorsa la Pasqua ed io, da bravo appassionato, l’ho festeggiata a suon di musica. Abbondano nei negozi i dischi di Natale, ma la Pasqua la celebra solo la musica classica e così mi dedico agli Oratori sulla Passione del Signore.

È dal XIII secolo che esistono, ma il più grande rimane Bach, anche se nei secoli sono comunque nati capolavori come il Christus di Liszt. Nella nostra epoca i vangeli sembravano invece passati di moda, in un tempo dove si ascolta musica nelle sale da concerto o nel salotto di casa, luoghi tra i meno adatti per contemplare le sofferenze di Cristo. Eppure negli ultimi cinquant’anni è rinata la musica sacra grazie ad autori dell’Europa orientale. Il precursore è stato il polacco Penderecki. Nel 2000 poi Helmut Rilling ha avuto la bella idea di commissionare ai quattro maggiori compositori viventi altrettante Passioni: hanno quindi allietato la mia Pasqua Wolfgang Rihm, Tan Dun, Osvaldo Golijov e Sofia Gubaidulina.

Wolfgang Rihm(1952) è in Germania il compositore più accreditato. Era la persona da cui aspettarsi l’opera più bella, ma il suo ateismo lo ha condizionato a tal punto da frenarne il genio. Ha scelto, per far accettare al pubblico occidentale e areligioso un testo sentito altrimenti come estraneo, di mettere insieme crocifissione di Cristo e Olocausto, aggiungendovi la poesia Tenebrae di  Paul Celan, un’invettiva contro Dio come contrasto alla speranza della resurrezione del brano precedente. L’ascoltatore si chiede così se il sacrificio di Cristo sia davvero valso a qualcosa, visto che il dolore umano continua ad esserci: ne scaturisce un’atmosfera tetra, una musica monolitica, in una narrazione spoglia contro la «retorica comune a coloro che usano la religione come mezzo di manipolazione».

È un vero peccato che le convinzioni personali, che pur avevano permesso ai compositori dei secoli passati – non tutti di specchiata fede e moralità – di creare dei vari capolavori, abbiano impedito di immergersi realmente, al di là della retorica militante, nel concreto dolore umano dei poveri di cui l’ebreo Gesù rimane il più celebre rappresentante.

Tutt’altra è l’opera di Tán Dùn (1957), cinese conosciuto per le colonne sonore di La Tigre e il Dragone e Hero. La sua Water Passion After St. Matthew impiega diciassette scodelle d’acqua amplificate, poste al centro del palcoscenico e illuminate da sotto in modo da formare una croce, come metafora della vita di Cristo: l’opera comincia infatti col battesimo e finisce quando l’acqua evapora in cielo a immagine della resurrezione. È indubbio il fascino sonoro e la bellezza delle musiche, oltre alla piena aderenza al senso del Vangelo. Ed è incredibile pensare che proprio dall’Oriente non cristiano sia nata una Passione di tale profondità di emozioni. È un’atmosfera trascendente, arcaicizzante e quasi atemporale che l’ha resa celebre e molto eseguita nel mondo.

Osvaldo Golijov (1960) è argentino di origine ebraica e mischia la tradizione occidentale con i ritmi del Sudamerica e i suoni della musica klezmer. La prima esecuzione della sua Passione scosse il mondo musicale e la sua edizione discografica ricevette il premio Grammy: risuona esotica, richiama più le feste nelle piazze dell’America latina che i tragici episodi biblici, ma risulta affascinante e al servizio del racconto in modo formidabile; è effervescente, ma riesce anche introspettiva e dolente al bisogno. Forse non è un capolavoro assoluto, ma il suo successo manifesta il grande paradosso dell’arte: lo specifico e il locale rimangono la più fertile fonte da cui scaturisce l’eterno e l’universale. Il punto di vista di Golijov è quello di un outsider – un compositore ebreo che si dedica alla quintessenza del rituale cristiano, un emigrato latino-americano che reclama una tradizione eurocentrica – ma dà vita a una musica di grande forza e immediatezza. La sensibilità “popolare” permette un’appropriazione del senso più profondo dei vangeli che non era facile da prevedere.

Sofia Gubaidulina (1931) è di gran lunga la più celebre dei quattro. Metà russa e metà tartara, è l’unica di questi ad essere credente e la sua Passione è infatti profondamente inserita nella tradizione della Chiesa ortodossa. È opera monumentale, richiede un’orchestra enorme e l’autrice la considera la sua opera maggiore. Il testo rende evidente l’enciclopedica conoscenza delle Scritture, della teologia e delle icone russe, come anche l’interesse per il simbolismo; è tanta però la cultura richiesta e la complessità della struttura che il tutto risulta alla fine indigesto. Il risultato, anche per il lunghissimo testo fatto di frammenti di citazioni, è una musica lenta e cupa che si affossa per la sua stessa intensità. Vale la pena ascoltarla, vale la pena conoscerla. Sentirla tutta di seguito in concerto è estenuante.

Una piccola riflessione personale. È interessante che i due artisti più accreditati – Rihm e Gubaidulina –, con alle spalle tradizioni di musica sacra secolari, pur agli antipodi come atteggiamento religioso, risultino i più appesantiti dalle proprie convinzioni personali e meno riescano a comunicare all’ascoltatore la bellezza dell’amore del Cristo crocifisso. La semplicità del Vangelo è soffocata in loro da un intellettualismo arido e decadente. Le tradizioni nuove più libere da preconcetti e irrigidimenti dogmatici – atei o clericali poco importa – risultano invece le più capaci di accogliere il senso originale dei Vangeli, testi che nascono dal desiderio di comunicare – nell’insieme inscindibile di narrazione ed emozione – la grandezza divina e la profonda umanità del Dio Crocifisso. La freschezza e il calore della vita umana si assapora ormai fuori dell’Europa. Per capire il Crocifisso ci vuole un cuore nuovo, che non appartiene più allo stanco e disilluso occidente. È triste per noi, ma riempie di speranza il cuore pensare che per assaporare la bellezza del cristianesimo dobbiamo rivolgerci a chi la fede in Cristo forse ancora non ce l’ha, ma crede ancora negli uomini e nella vita.

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma” – 23 Aprile 2022

Calcio da strada

Pensare il calcio come bambini, non come adultiAttilio Migliorato – 11 Aprile 2022

Pensate alle foto di Pier Paolo Pasolini che giocava a pallone con dei ragazzi sui pratoni tra Centocelle e la borgata Gordiani. In quegli anni si giocava con un  pallone di plastica tutti i giorni nei prati  e nei cortili dei palazzi, e si andava anche allo stadio con la ciriola del sabato ripiena di frittata cucinata la domenica mattina. Tutte le partite negli stadi  si svolgevano la domenica pomeriggio, si ascoltavano alla radio, i più fortunati che possedevano la televisione vedevano solo gli spezzoni nella serata e in bianco e nero.

Gli allenatori/osservatori potevano pescare su una base immensa di praticanti, destinati a rimanere comunque nel giro del pallone come semplici tifosi.

Pochi anni fa, in una scuola calcio, un bambino disse: giochiamo a pallone; gli replicò l’allenatore: qui giochiamo a calcio non a pallone.
Tra gli anni di Pasolini e le scuole calcio è passato più di mezzo secolo. Avevamo Totti, ora abbiamo Pellegrini; avevamo Wilson ora Immobile; avevamo Pulici o Graziani, ora abbiamo Belotti; avevamo Del Piero o Baggio, ora abbiamo Pellegrini L.. Tutti fuoriclasse? No, molti sono solo buoni giocatori.
Per fare un esempio, nella formazione della Juventus di sabato: 9 stranieri. I 2 italiani sono il frutto di un movimento di massa? Quello non esiste più.

Il calcio oggi è finanza, “Il calcio di oggi è una bolla di denaro poggiata sul nulla. Dopo di che, se Berardi non la mette dentro neanche a porta vuota…” ha scritto Gramellini sul Corriere della Sera.

Il Funiño

Qualcuno ci sta pensando a cambiare… La federazione tedesca per migliorare la qualità dei suoi giovani calciatori ha preso una decisione forte: rimettere il divertimento e lo sviluppo della tecnica al di sopra di tutto.

La riforma del calcio dei bambini più piccoli prevede mini partite (2 contro 2 o 3 contro 3), mini porte, l’assenza di arbitri e anche di campionati, in sintesi  ricreare il  calcio di strada o una mentalità più da campetto.

L’hanno  denominato  il  metodo «Funiño», Fun» (divertimento) e niño (bambino), una sorta di metodo Montessori calcistico.

La Figc sta puntando anche sul calcio a 5 e sul beach soccer: l’importante è giocare, puntando sulla qualità. Dobbiamo ricreare entusiasmo, rimettere il pallone al centro. Anche da noi si punterà sulle mini-partite per «Piccoli amici» e «Primi calci» (5 e 6 anni), sull’auto-arbitraggio dei bambini, sui giochi di abilità. Pensate che, oggi,  in seconda elementare (7 e 8 anni)  si gioca già 7 vs 7, con il rischio di non toccare mai il pallone.

Angelo, Fabio, noi al nostro oratorio di San Tommaso d’Aquino e con i nostri “PICCOLI AMICI “ del calcio abbiamo anticipato i tempi, possiamo cambiare il nome della chat di gruppo in «Funiño» del lunedì/mercoledì o martedì/giovedì.

Attilio Migliorato

Articolo apparso su “AbitareA Roma“- 11 Aprile 2022

Gli sgomberi e il gioco dell’oca

È faticoso incastrare le esigenze di tanti, ma è l’unico modo che abbiamo perché i poveri e i fragili smettano di essere un problema

Avete mai provato a giocare al “gioco dell’oca” con degli esseri umani? Io ho visto gli “scacchi viventi”, ma le istituzioni romane giocano ad altro.

Si comincia con un gruppo eterogeneo di persone: famiglie sfrattate, migranti, persone con problemi psichici o di dipendenza: persone fragili, a volte invisibili, considerate ingombranti. Le si lascia occupare uno stabile inutilizzato, fatiscente, dove loro si adattano e trovano – a loro modo – un certo equilibrio.

Ed ecco che il gioco parte: si emette un decreto, si fa un sopralluogo, ci si organizza per una grossa operazione di Pubblica Sicurezza, perché il “pubblico” si senta sicuro. E così si è sicuri di subire uno sgombero. Dovrebbe essere un’azione dai tratti amichevoli, in fondo si tratta di famiglie, di giovani con problemi fisici a volte gravi, di persone che hanno tutta la loro vita tra quelle mura – quando le mura ci sono. È un’azione di pulizia della sporcizia sociale, invece. È un atto di giustizia, lo è di certo, perché il proprietario lo ha richiesto.

Così arrivano a sirene spente e qualcuno viene mandato nella casella ponte (ovvero, si getta in strada e scappa, senza meta); qualche fortunato – e con qualche esperienza – si rivolge a un’associazione che lo possa ospitare e rimane fermo un turno nella casella locanda, perché più di 90 giorni nessuno ti può tenere; altri vanno al pozzo a rintanarsi finché non passa la confusione, vivendo in mezzo ai cespugli; altri ancora pagano qualcuno che li aiuti – e non è brava gente – e si ritrovano, questa volta sì, fuori della legge.

Qualcuno va in prigione se è senza documento e portato ai Centri per il rimpatrio: carceri private ben poco confortevoli; altri stanno poco in caserma e così – una volta rilasciati con foglio di via, ma senza soldi e passaporto per tornare in patria – entrano definitivamente nella clandestinità. Altri conoscono per un po’ le nostre pubbliche galere, dove conoscono chi li possa aiutare una volta usciti – e purtroppo li aiutano.

Una volta scappato, o buttato in mezzo alla strada, chi è più fragile – ma chi non lo è vivendo per strada? – dovrebbe trovare una qualche accoglienza, come ha sentenziato il Consiglio di Stato il 16 marzo scorso: e una Cabina di regia esiste, con rappresentanti della Prefettura, della Regione del Comune e dell’Ater. Abbiamo un intero stuolo di registi a dirigere la tua vita e a dirti a quale casella ritorni.

Si ritorna però quasi sempre alla casella di prima, perché il palazzo da cui eri stato cacciato non ha lavori in corso, non è stato ripristinato, non è stato restituito al proprietario o alla collettività – o forse sì, ma è rimasto com’era stato lasciato. E si ritorna lì dopo aver pagato pegno (la casella 58) con il peso di rinnovate sofferenze accumulate e – ad ogni sfratto – la perdita dei propri miseri beni. Si ritorna al via.

La Magistratura, la Prefettura, la Questura, la Regione, il Comune, tutti hanno fatto il loro dovere e i cittadini sono tranquilli che la legalità abbia vinto. Eppure qualcosa non va: quelle persone che abbiamo fatto girare, quanta delusione e rabbia, quanta esclusione vivranno a ogni giro? Quanto è reale, poi, la sicurezza del cittadino, se ogni edificio sgomberato serve solo a far spazio a nuova gente ancor più disperata? Tra le tante emergenze italiane, cosa è più urgente dell’avere un tetto sulla testa e una società che ti accolga?

Trattiamo da pedine persone e famiglie fragili, come nel gioco dell’oca. Cambiassimo almeno gioco! Ve lo ricordate Tetris? Scendevano dall’alto pezzi da incastrare e, quando si incastravano bene, scomparivano. Un dialogo tra istituzioni e cittadini, un coinvolgimento delle associazioni e dei comitati, per una nuova legislazione sulla casa, per dare serenità a chi vuole affittare e accoglienza a chi non ha un posto da chiamare “casa”: è solo un sogno? Un programma personalizzato sulle persone concrete sarebbe solo scartoffia in più da riempire?

È difficile, è faticoso incastrare le esigenze di tanti. È l’unico modo che abbiamo, però, perché i poveri e i fragili smettano di essere un problema, o un gioco ripetitivo e infantile, e diventino, finalmente, persone concrete, nostri cari vicini di casa.

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma” – 8 Aprile 2022

L’ultima frontiera di una lotta contro i poveri, non contro la povertà

Gli incentivi all’uso dell’internet banking, le regole sempre più stringenti sull’uso del contante e la chiusura di molti bancomat

Qualche anno fa dovevo aprire un conto bancario per la parrocchia e mi recai alla vicina BNL. Nella mia ingenuità chiesi quanto avrei ricevuto di interessi; la risposta stupita fu che gli interessi li dovevo pagare io, per dar loro i miei soldi. Dissi subito: «Ma allora me li tengo in casa!»; la responsabile rispose automatica: «ma lì possono venire i ladri»; «ma almeno vengono loro, non sono io a portarglieli!», ribattei d’istinto. Per fortuna non colse l’ironia.

Da allora la situazione è solo peggiorata. Ora si è aggiunta anche la chiusura di numerosi bancomat e la spinta statale verso l’abolizione del contante. Se voglio ritirare i miei soldi e supero una somma che ogni anno si fa più bassa, devo dichiarare per cosa mi servono. Ma perché mai? E se mi ci volessi accendere le sigarette?

Un’altra Banca, la Banca del Fucino, si è rifiutata infatti, in tempi più recenti, di darmi la somma richiesta se non dimostravo con ricevute come la spendevo: ho spiegato che non sono solito farmi firmare ricevute dai poveri che si rivolgono alla parrocchia, né posso dimostrare che il cibo che compero non me lo mangio tutto io, ma va anche a una piccola cucina di comunità, e sarebbe fuori luogo farmi lasciare le bollette che pago alle famiglie in difficoltà per mostrarle alla banca. Chi vive in un ufficio da dirigente queste cose però non riesce a capirle. Avrei dovuto dimostrare che non gestisco un racket di cibo in scatola? Questa volta la battuta sarcastica me la sono tenuta per me.

E così ormai si trovano sempre più conti online. E questo, ci viene detto, è un bene: il denaro elettronico sarebbe più sicuro, evita i furti, impedisce la corruzione, e l’evasione fiscale, e i guadagni illeciti: non mi sembra – ma forse non sono abbastanza informato – che siano sparite queste pratiche illecite, ma gli “esperti” ci assicurano che è questione di tempo. Il tasso negativo degli interessi bancari sarebbero poi una cosa buona, per evitare l’eccesso di risparmio sui conti bancari e favorire gli investimenti. Certo, è vero, i piccoli furti sono più facilmente evitati, ma quando un hacker entra nel tuo conto – e la cosa si fa sempre più frequente – non ti toglie ciò che hai in quel momento in tasca, ma ti svuota l’intero conto. Minore è la frequenza, forse, ma maggiore è sicuramente il danno.

A dar ragione ad altre mie perplessità ho scoperto da poco un inaspettato alleato. La Svezia è il paese più “virtuoso” al mondo: solo il 2% delle spese sono pagate in contanti; eppure, in un tale paradiso, è proprio il direttore della Banca centrale nazionale a voler tornare indietro e a chiedere di emettere maggiore denaro contante. In tempo di crisi – ha ben spiegato – le persone si sentono più sicure ad avere riserve di denaro in casa, sapendo che se vi fosse necessità, nessun Istituto bancario sarebbe in grado di distribuire contanti a tutti coloro che li richiedessero. E soprattutto – fa notare – la mancanza di contanti sfavorisce i più poveri, i più deboli: i senzatetto non hanno conti bancari, così come le persone senza documenti, i mendicanti, i migranti, e gli anziani, soprattutto delle zone rurali. Soprattutto nelle campagne il denaro serve alla coesione sociale, a uno scambio di relazioni umane, oltre che commerciali.

I pagamenti elettronici ci sono stati descritti come strumenti di libertà, ma si sono rivelati al contrario un potente mezzo di controllo sociale (sono amati in particolare in Cina, paese non proprio democratico) e le maggiori somme depositate in banca hanno permesso, da parte di governi in difficoltà, prelievi forzosi dai conti correnti privati (Grecia, Argentina e Cipro ad esempio) senza bisogno di un controllo parlamentare: i più colpiti, come sempre, sono stati i poveri, che non investono i loro pochi risparmi, lasciandoli così in più alta percentuale a disposizione dello Stato. La pratica più vessatoria si è però finora avuta a danno dei migranti a cui, come forma di sostegno, sono state date carte di pagamento, senza possibilità di prelievo al bancomat o trasferimenti di denaro, impedendo loro di poterle usare per scopi diversi da ciò che lo stato aveva stabilito: spenderli in beni di consumo.

Gli incentivi all’uso dell’internet banking, insieme alle regole sempre più stringenti sull’uso del contante e alla chiusura di molti bancomat sono l’ultima frontiera di una lotta contro i poveri, non contro la povertà: ce lo vedreste un senzatetto col Pos in mano? Vi fermereste a strisciargli la vostra carta di credito? E se fosse così fortunato da aver ricevuto qualcosa in più del necessario, sarebbe libero di cedere qualcosa a un amico, o sarà sempre lo Stato a decidere come deve usare quei bit che un tempo chiamavamo “soldi”?

Quando nel nostro quartiere una banca chiude lo sportello del bancomat, se vogliamo far sentire il nostro disappunto, non parliamo loro dei poveri, però, i loro capi non se li ricordano; andiamo a ricordar loro invece che quando giocheranno a tombola a Natale, quei fagioli sui numeri rimarranno fagioli se non c’è un Pos in casa che permetta loro, magari, di allungare anche una mancetta a figli e nipoti. La speranza dei poveri è ormai tutta nei fagioli della tombola.

don Domenico Vitulli, parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma” – 3 Aprile 2022

Il Rapporto della Caritas e il malessere di Roma

Una dolorosa lettura per guardare in faccia un’inquietante realtà

È dolorosa la lettura a cui mi sono dedicato oggi. Voi non leggete “Povertà a Roma: un punto di vista”: è il Rapporto di Caritas Roma sulla povertà nella Capitale. Non leggetela se la vostra vita va bene e non volete cambiarla.

Il Rapporto ci dice che una persona su quattro a Roma (il 23,6%) vive in uno stato di “disagio economico”, il 10,3% è in “grave deprivazione materiale”, il 14,1% è a rischio povertà, mentre il 6% “arriva con fatica a fine mese”. Una situazione peggiore – in alcuni casi – della media italiana. Si allarga inoltre la distanza tra quel 2,4% di cittadini che possiede un reddito superiore ai 100mila euro e il resto della popolazione. Quattro romani su 10 hanno un reddito inferiore ai 15mila euro. I più ‘ricchi’ sono gli ultrasessantenni.

Si potrebbe pensare che la povertà dipenda dalla disoccupazione (che è al 14,4%), ma la cosa più sconcertante – ma non sorprendente – è la povertà di chi un lavoro ce l’ha: precario e malpagato. A Roma il 21% delle persone ha contratti a termine da più di 5 anni, a cui dobbiamo aggiungere i dipendenti con una retribuzione inferiore ai 2/3 di quella mediana, a Roma il 13,5% dei lavoratori. La percentuale degli occupati sovraistruiti interessa quasi 1/3 del campione (27,2%).

Politiche nazionali scellerate hanno creato una povertà dei lavoratori che non si vedeva da prima dell’avvento dei sindacati: come pensare al futuro, a mettere su famiglia, come pensare di mettere da parte qualcosa per i propri figli? È stato rubato il futuro ormai a più di una generazione.

La povertà, la precarietà, i turni di lavoro, l’inesistenza di politiche familiari e le distanze cittadine hanno favorito la crescita di un’altra povertà: quasi il 45% della popolazione romana vive sola, un dato che risulta in aumento.

Il cardinale Angelo De Donatis ha commentato: «Non si tratta di opinioni che esprimono gli autori o di una presa di posizione della Caritas…

Scopriamo allora che nella nostra città esistono migliaia di persone che vivono in solitudine, che non hanno mai avuto un reddito regolare, che non riescono ad accedere al servizio sanitario pur avendone diritto, che erano già in grande difficoltà prima dell’arrivo della pandemia e che ora si trovano completamente esclusi dal sistema di aiuti.

Scopriamo che esistono migliaia di nostri concittadini che non riuscivano ad arrivare alla fine del mese e soprattutto non riuscivano a pagare le bollette di luce, acqua e gas ben prima che i rincari delle materie prime facessero impennare i costi.

Scopriamo anche che in tanti, molti bambini purtroppo, non hanno elettricità e gas per scaldarsi perché vivono in alloggi di fortuna».

«La fotografia della città che il Rapporto ci offre – ha commentato Giustino Trincia, direttore della Caritas –, è quello di una città in bilico tra la tentazione di ripiegarsi sulle profonde ferite inferte dalla pandemia e volontà di cogliere le notevoli opportunità offerte dal Pnrr, dal prossimo Giubileo del 2025 e dalla possibile assegnazione a Roma Capitale dell’Expo 2030. Opportunità inedite per trasformare Roma e renderla una metropoli meno disuguale e dove sia più facile e soprattutto più umano, poter vivere con dignità. La nostra convinzione, basata sulla straordinaria prova di solidarietà a cui abbiamo assistito proprio nel periodo più aspro della pandemia, è che sia possibile coltivare e far crescere la speranza e con essa la fiducia di potercela fare».

Vi avevo avvertito: era meglio forse, per la nostra tranquillità, non sapere – se si è tra i più fortunati – o non vedersi qui descritti – se si è tra quelli in difficoltà.

La realtà, contemplata e descritta, può dare speranza però a chi si vede visto, finalmente, nelle sue difficoltà: speranza di essere aiutato, confortato, inserito. Aprire gli occhi apre la mente e il cuore: la realtà regala umiltà, commozione e condivisione. Viviamo, in fondo, così come guardiamo. La realtà è il nostro giudice. Non ciò in cui abbiamo creduto ci descrive; la nostra intelligenza e bontà si misurerà da cosa che abbiamo operato nella realtà che abbiamo visto. Valiamo per quanto vale per noi colui che non ci può ricambiare.

Non abbiamo bisogno di grandi statisti, ma di uomini veri, di donne vere! Con la speranza che ha invocato Trincia, io comincerò, grazie alla lettura di oggi, col guardarmi intorno con uno sguardo nuovo.

don Domenico, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma” – 2 Aprile 2022

La povertà della Posta

Conserva i soldi degli anziani, ma non ha sedie per loro in un giorno di fila a Tor Tre Teste

Giorno di pensioni. Giorno di fila alla Posta. Naturalmente tutti fuori, per proteggere dal covid. Naturalmente tutti in piedi, attenti a non perdere la fila. Fuori è umido, sono persone per lo più anziane, costrette a stare in piedi più di un’ora a volte. Io entro presto, ho prenotato sul sito delle Poste. Non è facilissimo, ci vuole lo SPID (non capisco il perché: mica ti chiedono un documento per entrare in un ufficio postale!).

Molti anziani non hanno computer, o competenza, o pazienza sufficiente. E così fanno la fila. Anche io ne faccio un po’ (le prenotazioni non sono sempre precise, ma è accettabile). Quando tocca a me sento vergogna, mi vedo un maleducato a passare avanti a persone più grandi di me, ma è così che funziona.

La prima cosa che faccio, una volta entrato, è chiedere se è possibile avere qualche sedia da portare fuori, almeno per i più anziani. Spiego che fuori ce ne sono molti. Lo sguardo è sconcertato, non deve averci mai pensato. Dopo un istante arriva la risposta, gelida: “Non spetta a noi”. Faccio ciò che devo e vado via. Nel tragitto verso casa rivedo la scena e mi soffermo sull’impiegato, che in effetti ci ha riflettuto un attimo: forse non c’erano sedie da dare, o forse i regolamenti non permettono di fare uscire mobilio. Non lo so. Torno a casa e non ci penso più. Solo giorni dopo mi riviene in mente.

Che stupido! Io vivo in parrocchia e la parrocchia un po’ di sedie da dare ce l’ha, e nel suo regolamento c’è scritto: “fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te” e “ama il prossimo tuo come te stesso” e ancora “dai largamente ai poveri”. Che stupido!

Se non ci dovessi più pensare, però, o preso da altri impegni dovessi dimenticarmene, non vi fate scrupolo. Venga chi vuole in parrocchia e chieda pure qualche sedia; dica: “la Posta conserva i soldi degli anziani, ma non hanno sedie per loro. Posso portarne un po’?”. Ne saremo felici. Presteremo volentieri a chi è così povero da non poter offrire neanche una sedia. Questo e altro per la nostra povera Posta!

don Domenico, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma” – 2 Aprile 2022

Aria di primavera anche nell’oratorio di San Tommaso D’Aquino

Grazie Angelo Barletta per la  foto che hai scattato lunedì 21 marzo  nel campetto di calcio della Parrocchia. Il giorno dopo la partita di seria A, Roma Lazio.

Due bambini, un abbraccio, sorrisi di entrambi, gioia, felicità, sport, divertimento, allenamento con gli amichetti, tifosi di due squadre diverse. Quante emozioni in questa immagine.

Francesco e Alessandro nella foto, ma potevano essere Sofia, Alessio, Francesco, Fabrizio, Federico, Mattia, Flavio, Cristian, Filippo, tutti gli altri bambini, sarebbe stata bella in egual misura.

Bambini differenti nel carattere, differenti nell’approccio, differenti sul lato atletico, differenti nel giocare a calcio.

Bambini timidi, introversi, rispettosi, educati, permalosi, estroversi, giocherelloni, con la lacrima facile.

Mister, maestro, Angelo, Attilio, Fabio, hanno tanti modi per chiamarci i nostri Piccoli Amici e noi siamo li ad ascoltarli con il sorriso, con la faccia burbera, con la bugia affettuosa, con lo sgridare scherzoso.

Loro ci guardano con quegli occhi luminosi e giocano.

Ripeto, ” giocano” ad imparare calcio e imparare  l’attività motoria, con noi più piccoli di loro.

Siamo felici che altri bambini richiedono di entrare nel gruppo in questo inizio di primavera . Significa che si sta lavorando bene, non Angelo con Fabio e Attilio, ma i bambini tutti.

Ad ogni fine allenamento sento dire: ma è già finito? Non vedo l’ora che arrivi mercoledì o lunedì.

Se non è “divertirsi” questo.

Attilio Migliorato

Articolo apparso su “AbitareA Roma“- 23 Marzo 2022