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A che serve un papa

28 Settembre 2025/0 Commenti/in Articoli/da santommasodaquino

Riflessioni su un tema centrale di un parroco di periferia

«Morto un papa se ne fa un altro»: è un proverbio saggio, che ci ricorda che non siamo immortali, e neanche tanto indispensabili. Tra tutti, per i papi vale un po’ meno che a noi, probabilmente, per il ruolo che svolgono su questa terra. Per i cattolici ferventi, quando a piazza S. Pietro sentiamo il nome del nuovo eletto, anche se non sappiamo chi sia, gridiamo: «viva il Papa!» e siamo felici.

Siamo felici anzitutto che un papa ci sia. Ci sono stati periodi in cui nessuno governava la Chiesa, e non erano tempi tranquilli, come vi sono stati papi di cui non abbiamo un buon ricordo, ma anche in questo caso, santi o demoni incarnati, i loro doni divini non vengono meno. Per il nostro sano egoismo spirituale, è questo che conta.

Non sono da invidiare: sempre sotto i riflettori è difficile testimoniare in modo costante l’amore di Dio restando esseri umani, infallibili solo in occasioni rarissime. Non possiamo pretendere che siano ricchi di ogni umana e divina virtù, e non è necessario che siano sempre secondo i miei gusti. Se mai avessi bisogno di conferme continue addirittura da parte di un papa, è da mamma e papà che dovrei tornare, o rivolgermi a un bravo psicologo. Il ruolo del papa è più importante del dover dare conto delle mie fissazioni. È bene che io preghi per lui piuttosto che perdere tempo a fargli la radiografia sulla moralità personale.

«Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Matteo 10,39). 

La frase evangelica è un trampolino per tuffarci all’interno di noi. L’essere umano è sé stesso solo in relazione agli altri e a Dio. Per capire un po’ più chi siamo nel mondo, ciò che ci serve è lo sguardo di un Dio fuori del mondo e infinitamente imprevedibile, l’unico d’altronde che varrebbe la pena conoscere. Il Dio che immaginiamo è invece ben poco affidabile, più un’immagine ideale creata da noi che il Dio vivo e vero che si è rivelato. Se si vuole entrare nelle sfere celesti, è necessario qualcuno che sappia con autorevolezza distinguere se quando dico «Dio» non stia in realtà dicendo: «io». Ne va del senso di ciò che vivo ogni giorno. Abbiamo bisogno di una guida. 

È questo il ruolo di Gesù per noi. Lui è la Verità, colui che ci rivela il vero Dio; è la Via per arrivare in sicurezza dal Padre. Quel Dio che raggiungiamo con le nostre esperienze misticheggianti non è un Dio così solido da indurci a conversioni totali. E anche l’immagine che ci facciamo di Cristo potrebbe essere falsa, anche fidandosi della sola Sacra Scrittura: la Bibbia è infatti incerta e contraddittoria a una lettura privata, senza quella luce che ha chi ascolta la Chiesa. Ognuno si crea la propria comunità personale, come le tante sette che oggi imperversano, ma è inevitabile in mancanza di un’autorità infallibile, quando ci affidiamo, in fondo, solo a noi stessi. Chi può garantire infatti che il Cristo che seguo sia davvero l’unico autentico?

È a questo che serve la Chiesa. Gesù non ha scritto libri, ha scelto poche persone e a loro ha affidato il compito di farlo conoscere. La Scrittura è elemento fondante della nostra fede, è vero, ma proprio per questo è indispensabile che essa non sia soggetta all’arbitrio del singolo e poi, diciamolo chiaro, è stata proprio la Chiesa, o meglio, alcuni suoi membri autorevoli, a scrivere, conservare e interpretare la Sacra Scrittura cristiana. Su ispirazione dello Spirito Santo la Chiesa ha scritto e selezionato e ora, con l’assistenza dello Spirito Santo, corregge e istruisce. Se non incontriamo più Gesù nelle nostre piazze è perché lui stesso ha voluto continuare a esser presente attraverso la Chiesa; essa è il ponte su cui camminare per raggiungere Dio.

Se il ponte è la Chiesa, il “sommo pontefice” ne è l’indispensabile presenza. Partiamo, come sempre, da ciò che dice Gesù.

«Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Matteo 16,18-19).

La Chiesa non può fondarsi sulla sola persona storica dell’apostolo Pietro – perché alla sua morte sarebbe altrimenti crollata – ma può avere stabilità con un “Pietro perenne”, che sempre ci sarà finché rimane la Chiesa. Sarà roccia inamovibile, ma anche costantemente all’attacco, a far breccia nelle anime che si sono chiuse all’amore di Dio; e stabilirà ciò che va creduto e compiuto per entrare nel regno dei cieli. Stabilità, dinamicità e insegnamento autorevole sono caratteristiche di tutta la Chiesa voluta da Dio, ma ciò che è comune tra milioni di cristiani è compendiato e racchiuso in uno solo, che tutti rappresenta agli occhi di Dio: quel Pietro che sempre sarà nella Chiesa. 

Alla base della Chiesa si trova il servizio che tutti i “pietro” della storia svolgeranno a favore di ogni cristiano: il servizio alla verità. Anche questo è un servizio che il papa svolge sotto la guida dello Spirito Santo che, aveva preannunciato Gesù, «vi guiderà alla verità tutta intera» (Giovanni 16,13).

Le verità della logica e della scienza sono accolte facilmente e con altrettanta facilità messe in discussione e riviste; sono verità che non toccano la nostra sfera più intima. La verità a cui ci guida lo Spirito è viceversa quanto di più intimo, rigenerante o umiliante si possa noi vivere. La decisione di riconoscerla vera, questa verità così penetrante, dipende più dalla docilità del cuore alla ricerca del bene che da una sua precisa dimostrazione. 

Il papa è garante delle verità di fede e morale da credere e mettere in pratica per entrare nel regno dei cieli, quelle stesse sulla cui base sarà anch’egli giudicato.

È facile che le sue frasi riportino alla luce domande sepolte da anni, smuovano sentimenti sopiti e desideri inespressi, e facciano tornare a sanguinare vecchie ferite mal cicatrizzate, come anche diano speranza nel futuro, emozionino fino a far mettere mano alla propria vita e aprirsi a un liberante perdono.

Ogni suo gesto o parola può essere uno scalino verso il cielo. Ecco perché nei suoi confronti abbondano atti di devozione e di odio. Per questo preghiamo tanto per lui.

Nella Prima Lettera di Giovanni si danno due definizioni di Dio: «Dio è amore» (1Gv 4,8.16) e «Dio è luce» (1Gv 1,5). Dio è colui che ama e dona capacità di amare; Dio è la fonte della verità, che fa vedere e gustare ogni creatura secondo la sua originaria bellezza. La Chiesa fa ciò che fa Dio: annuncia la verità e insegna ad amare, e fa sì che le due siano un’unica cosa.

Amore falso e fredda verità non esistono in Dio: ogni amore che abbiamo riconosce la bellezza di ogni realtà, ogni verità che scopriamo ci porta ad amare con gratitudine colui che ce l’ha fatta scoprire. Sin dall’inizio si vede nella diocesi di Roma – e nella persona del suo vescovo, il papa – il luogo con cui confrontare la verità evangelica che si proclama, «poiché in essa la tradizione degli Apostoli è stata sempre conservata» (sant’Ireneo di Lione, II sec. d.C.) e il luogo da cui prendere esempio, perché essa «presiede alla carità» (sant’Ignazio d’Antiochia, II sec. d.C.). 

Tutto proviene nella Chiesa dallo Spirito Santo, spirito d’amore e di verità. È lo Spirito che guida la Chiesa attraverso gli uomini, e per la costante opera in lui dello Spirito Santo, il papa ne è in qualche modo l’interprete: è a lui che in particolare spetta discernere ciò che sia o no opera dello Spirito, nella Sacra Scrittura e nella sua interpretazione, nella santa Tradizione e nella sua trasmissione. Senza Pietro e il collegio degli apostoli non ci sentiremmo sicuri nel nostro cammino.

Sentire qualcuno parlar male del papa dispiace, che sia a torto o ragione. La Chiesa non è un’istituzione, è una famiglia, i legami che abbiamo con tutti i suoi figli non sono giuridici, ma affettivi. Il vincolo che ci unisce al papa proviene dall’affetto che abbiamo per Cristo, di cui il papa è sulla terra – almeno da parte di Dio – tra i più intimi amici. In ogni incontro di preghiera comunitaria lucriamo indulgenze aggiungendovi le preghiere «secondo le intenzioni del Sommo Pontefice»; e ogni Messa a cui partecipiamo è celebrata sempre «in unione con il nostro papa…». È giornaliero il rapporto con lui, anzi, è più volte al giorno nei nostri pensieri ed è parte importante della nostra quotidianità; non lo percepiamo come un semplice rappresentante legale dell’istituzione «Chiesa cattolica», né come un leader carismatico tra gli altri, ma è un padre per il quale tifare. È anche una sorta di nodo che tiene legate tra loro tutte le vocazioni, le istituzioni, le spiritualità diverse dell’unica Chiesa: pregando secondo le sue intenzioni ci uniamo a tutti i fedeli del mondo e prendiamo parte alla Passione e alla Gloria che ciascuno di noi vive ogni giorno su questa terra.

Un qualche interesse verso ciò che hanno fatto prima di essere eletti è più che legittimo. Sapere che papa Leone XIV è Robert Francis Prevost, nato a Chicago il 14 settembre 1955l con doppia cittadinanza, statunitense e peruviana, e che parla diverse lingue, ha il dottorato in Diritto canonico ed è stato per 12 anni Priore generale degli agostiniani non è curiosità inopportuna, perché ci suggerisce ciò per cui il Signore lo ha preparato e in questo modo possiamo sbirciare un po’ i piani di Dio. Il divino si rivela esaltando l’’umano che già appartiene a quell’anima.

I titoli che assume sono altisonanti: Vicario di Cristo, successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa universale, Patriarca d’Occidente…; è addirittura infallibile quando definisce ex cathedra verità di fede o di morale. Il più bello dei suoi titoli è a mio parere quello che viene invece sempre citato per ultimo: «servo dei servi di Dio». È un titolo introdotto da papa Gregorio I nel 588 d.C.; ricorda che nella nostra famiglia «chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (Marco 10,43-44). È un promemoria per il papa e per ciascuno di noi. Insomma, noi siamo «papisti», così come ci chiamano con disprezzo gli anglicani, e ne siamo ben fieri. 

È al papa che dobbiamo il non esser diventati anglicani per permettere a Enrico VIII di cambiare le mogli come vestiti. Dobbiamo alla nostra fedeltà al papa di non esser diventati evangelici, divisi in sempre più minuscole sette, succubi di sogni e rivelazioni private, delle necessità politiche dei governi statali e delle mode culturali del momento. Si è diffusa di recente tra loro una «teologia del benessere», che, capovolgendo le parole pur esplicite dei vangeli, indica nella ricchezza terrena il segno di una predilezione divina. Quando la nostra fede vaga senza legami, rinneghiamo addirittura quei Vangeli che pur dicevamo essere la nostra unica guida. 

La Chiesa ortodossa ha conservato l’integrità della fede, ma il distacco da Roma, diversi secoli prima, ha dato vita alle singole Chiese nazionali, di per sé deboli rispetto al potere politico e soggette ai potenti di turno.

Grazie alla comunione col papa, invece, nella Chiesa latina la dottrina ha potuto preservarsi con maggior libertà, permettendone un meraviglioso sviluppo. In questo modo la Chiesa si è rivelata ciò che da sempre essa è: una comunità in cammino verso una sempre più perfetta conformità a Cristo (Efesini 4,11-16). La fede è infatti un germe vitale, non una litania di formule antiche; è un seme che sviluppa in profondità le proprie radici e cresce in ogni istante nella verità e nell’amore. Gli splendidi frutti dottrinali e spirituali della Chiesa di Roma sotto lo sguardo di Pietro, che sorveglia l’autenticità di ogni sviluppo, ne attestano la divina fecondità, che sarà fino alla fine dei tempi. 

Papa Leone, come ogni papa prima e dopo di lui, ha il compito di assicurarsi che la Chiesa continui la sua crescita. Egli dà sicurezza al nostro cammino, è il maestro che, anche se peccatore, ci spiega come essere figli di Dio, pur se siamo anche noi peccatori. Ogni papa, nella sua umanità, mostra la nostra comune debolezza e insieme ad essa la grandezza dell’amore di un Dio, che attrae, perdona, consola e difende anche i peggiori, quando riconoscono come loro Madre colei che è da sempre l’Amata di Dio Padre: la Chiesa. 

Fragile o santo che sia il nostro pastore, lasciatemi quindi gridare: «W il papa!».

Così sia.

don Domenico Vitulli, Parroco a S. Tommaso d’Aquino

Articolo apparso su “AbitareA Roma – 28 Giugno 2025

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